Il “Torquato Tasso” a Bergamo. E saltò fuori che il pubblico riguardo al repertorio la pensa come me

“In un’estasi, che uguale
non provò mai d’uomo il core,
io sognai che armato d’ale
mi rendean fortuna e amore.
Sospirando la mia bella
io volai di stella in stella;
non mortal, ma genio o dea
entro al solo io la trovai;
mentre a me la man stendea,
mentre a lei la man baciai;
‘T’amo’ disse ‘amo sol te’.
Fu un momento! A quell’accento
da me sparve Eleonora!
Ma in quel foglio espressi allora
il desio che crebbe in me.”

(“Torquato Tasso”, Atto I, Scena IV)

Se non vi siete persi questo mio articolo di qualche giorno fa, in si parlava della mancanza di novità nel teatro lirico, potete immaginare con che entusiasmo mi sono recato a vedere, ieri pomeriggio, l’ultima recita del “Torquato Tasso” di Gaetano Donizetti, gran finale della stagione lirica bergamasca. Si tratta infatti di un’opera molto rara (rappresentata solo tre volte negli ultimi due secoli).

Ho constatato con grande piacere che il mio entusiasmo era condiviso da molte altre persone. Il teatro, difatti, era pieno. Non solo, pare che anche le ultime recite della “Betly” (accolta tiepidamente a settembre) siano state un successo. Un successo dovuto, probabilmente, dal fatto che entrambe le recite sono state precedute dall’esecuzione di un’aria inedita di Donizetti per basso cantante dal titolo “Oh donne perché siete”.
Ma è anche un successo dovuto alla partecipazione di molti turisti venuti appositamente dall’estero per un weekend di novità donizettiane, come dimostrano i molti stranieri presenti alla rappresentazione del “Torquato Tasso”.

Ma veniamo allo spettacolo vero e proprio. L’opera racconta, romanzandole, le vicende dell’autore della “Gerusalemme Liberata” alla corte estense. Il poeta viene rappresentato come innamoratissimo della contessa Eleonora (che lo ama a sua volta), e vittima dell’invidia del poeta Roberto Geraldini e del nobile don Gherardo.
Vittima dei complotti e delle macchinazioni dei due figuri, il Tasso viene dichiarato pazzo e rinchiuso in manicomio, mentre la sua bella va in sposa al signore di Mantova.
Dopo anni di prigionia il poeta non solo viene liberato ma gli viene conferita la corona d’alloro in Campidoglio. Torquato spera così di potersi ricongiungere con Eleonora ma viene a sapere che è morta.

Per questo spettacolo il direttore artistico Francesco Bellotto ha messo insieme un cast di eccezione, nel quale spiccano molti artisti fedelissimi al teatro bergamasco. Abbiamo infatti il baritono Leo An nel ruolo del protagonista, il soprano Gilda Fiume in quello di Eleonora, il tenore Giorgio Misseri in quello del geloso Geraldini, il baritono Marzio Giossi nel ruolo comico di don Gherardo, il basso Gabriele Sagona nel ruolo del duca, il mezzosoprano Annunziata Vestri in quello della contessa di Scandiano e il tenore Alessandro Viola nel ruolo di Ambrogio. Tutte voci molto belle per una partitura che non fa sconti davvero a nessuno (specie ai due baritoni, uno dei quali deve sostenere da solo tutto il peso del terzo atto, mentre l’altro si trova alle prese con una partitura fatta quasi esclusivamente di sillabati sostenutissimi).

Applauditissima la direzione di Sebastiano Rolli. Io, pur apprezzando molto questo direttore, e pur non avendo idea di quali siano le indicazioni lasciate da Donizetti in merito, l’ho trovata eccessivamente pesante. Così come ho trovato eccessivamente lugubre la pur ben realizzata scenografia, per un testo che si presenta, pur nella sua tragicità, molto scorrevole.
Difatti la scena, molto minimale, si presenta come uno spazio nero, che ripropone in maniera speculare alcuni elementi architettonici del teatro stesso, ricoperto da fogli bianchi e rossi. Gli stessi colori sono stati adoperati per i costumi degli attori. Se la scelta di rappresentare uno spazio fuori dal tempo, dove l’unico elemento tangibile è rappresentato dalla poesia del Tasso (di cui si trovano tracce e citazioni anche nel libretto), è condivisibile, meno condivisibile è quella di mantenere gli stessi toni cupi per tutti e tre gli atti, considerato che il primo e il secondo parlano di intrighi di corte e disavventure sentimentali. Personalmente avrei preferito una scenografia più ricca e variegata nella prima parte dell’opera di cui sarebbe sopravvissuto solo l’elemento poetico (ovvero quei fogli di carta) nel lugubre finale, quando a Torquato Tasso non è rimasto più nulla della bella vita di corte di un tempo.

Ad ogni modo resta la soddisfazione di aver visto, una volta tanto, il teatro pieno per un’opera non di repertorio. Risultato, questo, frutto evidentemente di un lavoro di preparazione molto lungo, che poggia su basi molto solide.

Torquato Tasso

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