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Sul concetto di “raccomandazione”

In: Musica e Società

22 Ott 2017

Raccomandazione

PHILIP*: Tu eri un umile ma stimato professore di economia a Princenton.
ROGER**: Sì! Gli studenti sedevano ai miei piedi e godevano della mia saggezza.
PHILIP: Il Socrate delle matricole!
ROGER: Poi lei mi ha sventolato cinquantamila dollari all’anno sotto il naso e a mia perpetua vergogna ho accettato! E, non contento di questo, ogni anno lei continua a umiliarmi aumentandomi lo stipendio!
PHILIP: Certo, è imperdonabile. È come versare del sale su una ferita.
ROGER: E a Natale mi ha fatto diventare azionista della compagnia. Ma perché vuole annientarmi?
PHILIP: È la mia naturale perversità, credo.

*Miliardario e playboy, interpretato da Cary Grant
**Suo dipendente e portaborse, interpretato da Gig Young

(“Il visone sulla pelle”, 1962)

In questi giorni si sta facendo un gran parlare del mondo dello spettacolo e del marcio in esso contenuto. Attrici raccomandate, produttori approfittatori, aiuto registi ruffiani e chi più ne ha più ne metta. Come al solito, c’è chi fa di tutta l’erba un fascio arrivando a dire che non c’è un solo artista che per poter lavorare non abbia fatto un favore a qualcuno. Ho deciso di cogliere l’occasione per trattare un argomento che credo stia a cuore un po’ a tutti, ovvero la raccomandazione.

Prima di tutto vorrei mettere in chiaro una cosa: la raccomandazione non è di per sé negativa. Se conosco uno bravo e lo segnalo a chi di dovere non sto facendo nulla di male, anzi. Il problema nasce nel momento in cui il tizio lo segnalo perché è mio cugino, mio amico o gli devo un favore, indipendentemente dalla sua bravura.
Del resto anche Lorenzo Da Ponte arrivò a Vienna – come raccontato nel film “Io, Don Giovanni” – con in tasca una lettera di raccomandazione di Giacomo Casanova. I due libertini erano amici, certo, ma prima di tutto Casanova sapeva benissimo che un giovane con le qualità di Da Ponte a un compositore come Antonio Salieri avrebbe fatto comodo.

Parlando di raccomandazione intesa nel senso peggiore del termine, molte persone si scandalizzano quando sentono che un’attrice è andata a letto con un produttore per avere una parte. Personalmente sono di diverso avviso. Tanto per cominciare il fatto che ci sia di mezzo il sesso non mi fa né caldo né freddo, la mia posizione a riguardo sarebbe la stessa se stessimo parlando di un’attrice che per ingraziarsi un produttore gli ha preparato una crostata di lamponi. Inoltre considero uno scenario del genere solo una delle tante forme di leccaculismo che regolano il mondo dello spettacolo. Quella che scandalizza di più ma paradossalmente anche la più corretta: Tizio fa un favore a Caio, o magari gli dà dei soldi, e Caio in cambio lo fa lavorare. Almeno per quanto riguarda le parti coinvolte è uno scambio chiaro ed onesto (se entrambe lo rispettano, si intende). Non avrei nulla da ridire se non fosse disonesto verso il pubblico, che potrebbe trovarsi ad avere a che fare con un incapace solo perché è stato raccomandato.

Quando penso alla raccomandazione nei luoghi dell’arte, mi viene piuttosto in mente tutta quella rete di scambi e favoritismi che regola certi ambienti. Si va dall’“Iscritto, ricambi?” di YouTube, che tutti voi avrete sentito almeno una volta, agli artisti che si accordano in maniera più o meno tacita per farsi pubblicità a vicenda (della serie “Io parlo bene del tuo spettacolo, tu parla bene del mio”). Più in generale, è importante rendersi simpatici, dare l’idea di essere persone che hanno voglia di collaborare e non di fare ostruzionismo, ad esempio giudicando in maniera troppo severa l’operato di un collega.
Da questo punto di vista, in realtà, credo che gli artisti di oggi siano un tantino paranoici. Danno ai giudizi negativi un valore eccessivo per un’epoca in cui è davvero molto difficile che una critica faccia la differenza tra un successo e un insuccesso. Personalmente, le uniche critiche che mi dissuadono davvero dal vedere uno spettacolo sono proprio quelle che lasciano il tempo che trovano, della serie “Questo spettacolo era divertente. Fine”. Mi fanno pensare che lo spettacolo recensito sia una roba insignificante.
Ma forse sono troppo smaliziato io. Dopotutto c’è in giro gente che commenta gli articoli che trova su internet senza nemmeno leggerli, e in base a quelli forma la propria opinione; la fobia delle critiche negative potrebbe pertanto essere giustificata. In ogni caso, cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: dire di ogni spettacolo che si tratta della cosa più bella mai vista per non perdere opportunità di lavoro è una forma di meretricio.
In un mondo perfetto, un illustre sconosciuto con la terza media potrebbe presentarsi domattina dal sovrintendente della Scala e dirgli: “Te, faccia di merda! Ieri, mentre mi scopavo tua moglie, ho avuto un’idea per uno spettacolo. Potreste mettere in scena quello, al posto delle puttanate che rappresentate sempre in questo postribolo di teatro”, per poi buttare sulla sua scrivania dei fogli impaginati alla bell’e meglio che spiegano la sua idea. A quel punto il sovrintendente esaminerebbe il progetto e, trovandolo valido, lo realizzerebbe.
E lo farebbe non per onestà o nobiltà d’animo ma perché ha interesse nel produttre uno spettacolo valido. Chiaramente la scenetta di cui sopra è un’esagerazione, anch’io (per quanto possa atteggiarmi a duro e puro) preferisco lavorare con persone piacevoli da frequentare. Inoltre la simpatia non va confusa con l’essere sulla stessa lunghezza d’onda. Come ogni attività umana, anche l’arte richiede la collaborazione di persone che condividano la stessa cultura. Chiaro che chi considera il family-musical roba tirata via buona al massimo per l’oratorio non potrà mai collaborare con persone che sono di tutt’altro avviso. O meglio, potrebbe e nel farlo potrebbe anche tirare fuori qualcosa di interessante (capolavori come “Nightmare before Christmas” sono nati dalla collaborazione di soggetti creativi che seguivano politiche diametralmente opposte) ma dovrebbe comunque tener conto di certe differenze.

Il problema sta a monte e riguarda la preparazione del pubblico e degli addetti ai lavori. Io personalmente non ho alcun problema ad ammettere di essere stato raccomandato in diverse occasioni. Si è trattato, è vero, di raccomandazioni in stile Da Ponte (della serie “conosco uno bravo”), ma anche in quel caso non credo di poter affermare in tutta sincerità di aver sempre lavorato in virtù del mio talento. In molti casi un determinato incarico mi è stato dato semplicemente perché ero lì. È capitato che qualcuno stesse cercando un librettista, un liricista o uno sceneggiatore e che io fossi nei paraggi proprio in quel momento. Il “conosco uno bravo” di poc’anzi si traduceva semplicemente in “conosco uno, punto”. Non tanto perché la mia bravura non fosse importante ma perché in molti casi le persone che mi hanno ingaggiato non avevano comunque le competenze per valutarla.
Intendiamoci, non sto dicendo di aver sempre avuto a che fare con dei datori di lavoro incapaci e di non aver mai sostenuto un provino degno di questo nome, ma in moltissimi casi ci si ritrova a fare i conti con gente che pur trovandosi in posizioni di responsabilità non sa di cosa sta parlando e/o non gli interessa saperlo. In quel caso l’unico criterio per scegliere un artista piuttosto che un altro è quello dell’amicizia, della simpatia, della convenienza geografica.
Non è nemmeno così strano che funzioni così. A parità di requisiti, è normale che si scelga una persona di cui si conosce la mentalità, il modus operandi e che possibilmente non si trovi a quattromila chilometri di distanza, visto che le trasferte devi pagargliele tu. Quando non sai distinguere un do minore da una sedia, “a parità di requisiti” diventa un concetto molto opinabile.

Per esempio, quando Daria Bignardi affidò a Michela Ponzani il compito di condurre “Il Tempo e la Storia” (fino al giorno prima il miglior programma in onda sulle reti RAI), lo fece perché voleva avere una donna giovane e senza esperienze televisive pregresse in un ruolo di responsabilità. Questo per sua stessa ammissione. Non sarà raccomandazione in senso stretto, nel senso che non c’è stato uno scambio di favori tra le due, ma il risultato è lo stesso. Una persona è stata assunta per motivi che non hanno nulla a che fare con le sue competenze. A questo punto sarei più contento se la Ponzani fosse andata a letto con la Bignardi, perché in quel modo avrebbe almeno dimostrato di tenere molto a quel posto, il che sarebbe già un buon inizio (ci tornerò in un articolo successivo).

Ma del resto non è lo stesso pubblico che in molte occasioni chiede che si faccia o non si faccia lavorare un artista sulla base di questioni che esulano dal merito? Quando i “Nobraino” fecero dell’umorismo nero sui naufragi di migranti, affermando che gli scafisti stavano “pasturando il mediterraneo”, Roy Paci (all’epoca tra gli organizzatori del concerto del Primo Maggio) dichiarò pubblicamente che dopo quell’affermazione non si sarebbero più potuti esibire il giorno della Festa dei Lavoratori. Se il trombettista siciliano arrivò a dichiarare pubblicamente che una sua scelta artistica era stata influenzata da questioni che nulla avevano a che vedere con l’arte, fu perché sapeva benissimo che l’opinione pubblica gli avrebbe dato ragione.
Lo stesso dicasi per gli “Eagles of Death Metal”, la band che stava suonando al “Bataclan” il giorno degli attentati di Parigi, che per aver dichiarato che molte persone quel giorno “si sarebbero potute salvare se avessero avuto un’arma” persero diversi ingaggi. Ironicamente, in molti casi si trattava di concerti organizzati in ricordo delle vittime di quell’attentato o a favore delle loro famiglie.
Si potrebbero fare molti altri esempi. Evito di farlo proprio perché non voglio riportare alla luce certe vicende danneggiando ulteriormente le vittime (cioè gli artisti le cui carriere sono state danneggiate dopo un’uscita infelice).

Insomma, per quanto si possa essere più indulgenti nel giudicare l’ignoranza o l’ingenuità del pubblico rispetto a quella degli addetti ai lavori, siamo un po’ tutti partecipi di questa logica antimeritocratica. Chiediamo agli artisti realismo e franchezza ma quando dicono quello che pensano siamo i primi a chiedere la loro testa, spesso anche senza assicurarci che abbiano detto qualcosa di effettivamente reprensibile. Addirittura difendiamo chi li ha epurati dicendo che “è normale che non vogliano avere a che fare con certe persone se questo comporta un danno di immagine”. Infine giustifichiamo la nostra voglia di censura con la stupidissima frase: “Liberi loro di dire quello che vogliono, libero io di non andarli a sentire per questo!”. Inoltre sosteniamo spesso che “I gusti sono gusti”  che, tradotto, significa “Un artista vale l’altro” e pertanto nulla vieta a un produttore di far lavorare suo zio.

Inoltre tendiamo a dimenticare che situazioni in cui gli artisti devono pagare per lavorare esistono già, e nonostante si tratti di cose che succedono alla luce del sole, nessuno se ne scandalizza tanto. Cos’è, ad esempio, un talent-show se non uno spettacolo messo su senza pagare nessuno dei cantanti – anzi, facendo pagare loro per partecipare – sventolando sotto il loro naso la falsa promessa di una celebrità futura? E le case editrici a pagamento, che altro non sono che delle aziende in cui quella del do-ut-des tra autore e produttore è una regola scritta nero sul bianco? Ragion per cui molti artisti di oggi preferiscono produrre in proprio. Una strada non sempre praticabile (sia per una questione di mezzi che di capacità, perché il produttore bisogna saperlo fare) ma, a questo punto, una delle migliori.
Vengono in mente i capponi di Renzo Tramaglino: un poveraccio si riduce a chiedere per pietà quello che gli spetterebbe di diritto. Una situazione poco edificante per tutti, ma fermarsi al leccaculismo di Renzo o alla disonestà dell’Azzeccagarbugli significa confondere il sintomo con la malattia. Quando la giustizia diventa oggetto di mercimonio significa prima di tutto che ci troviamo di fronte a una società nella quale i diritti del cittadino non valgono nulla.

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