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Sono andato a seguire per voi l’“Alto Reno baroque music festival”

In: Classica

11 Jul 2017

L’8 e il 9 luglio 2017 si è tenuto presso il comune di Alto Reno Terme il primo “Alto Reno baroque music festival”, organizzato dall’associazione “Vox Vitae” (di cui abbiamo già parlato un paio di volte su questo sito). Sono andato a seguirlo per voi.

Prima di proseguire con la stesura di questo articolo, mi vedo costretto per una questione di etica professionale ad avvertirvi di una cosa: sono in ottimi rapporti con alcune delle persone coinvolte nel progetto. Ci tengo però a precisare due cose: la prima è che tali rapporti sono nati dopo aver scoperto e apprezzato il loro lavoro (e non viceversa), la seconda è che nel corso di questo articolo non dirò nulla che non sia verificabile da chiunque senza difficoltà.
Ciò detto, a voi giudicare quanto questa recensione sia obiettiva.

Alto Reno baroque music festival
Il festival si è aperto la sera dell’8 luglio nella Chiesa di Santa Maria Maddalena con la rappresentazione in forma semiscenica dell’oratorio di Giovanni Paolo Colonna, uno dei più importanti compositori bolognesi del XVII secolo, “Il Mosè legato di Dio e liberator del popolo ebreo” .
Il giorno dopo, un doppio appuntamento: alle 13:00 l’“Hotel Italia” ospita la messa in scena del primo intermezzo buffo di Giovan Battista Martini (chiamata semplicemente “Azione teatrale a tre”, perché se mai il compositore ha pensato di dargli un titolo questo non è giunto fino a noi) accompagnata da un pranzo luculliano, mentre alle 21:00 si torna nella Chiesa di Santa Maria Maddalena per il “Vespro della Beata Vergine” di Claudio Monteverdi. Non poteva infatti mancare un lavoro del compositore cremonese nell’anno del 450° anniversario della sua nascita.

Qui trovate la locandina con i nomi degli interpreti.

Per quanto mi riguarda, il fatto di aver sottratto all’oblio pagine così importanti eppure poco note del panorama musicale italiano è sufficiente a promuovere l’intera operazione. Per deludere le mie aspettative dopo avermi presentato un programma del genere, si sarebbero davvero dovuti impegnare, magari presentandomi una regia all’insegna del cattivo gusto modello Calixto Bieito o dei musicisti improponibili. Non è avvenuto nulla del genere: i due appuntamenti serali sono stati accompagnati da una regia-luci molto sobria ed evocativa, mentre quello pomeridiano ha visto il solo impiego di tre mascheroni di cartone, uno per ogni interprete, e nonostante uno dei personaggi femminili fosse interpretato da un uomo non si sono visti quei travestimenti kitsch a cui si fa spesso ricorso in questi casi (applausi). Nell’esecuzione non ho riscontrato pecche significative.

Due parole sulle opere rappresentate, a beneficio di chi non è riuscito a venire a sentirle.
Naturalmente il “Vespro della Beata Vergine” non ha bisogno di presentazioni.
Per quanto riguarda il “Mosè”, devo dire di averlo apprezzato ma di averlo trovato un po’ ridondante per quanto riguarda il libretto (di anonimo). Le opere riscoperte sempre da “Vox Vitae” negli anni scorsi (“Il diluvio universale” e “La caduta degli angeli”) da questo punto di vista mi hanno catturato molto di più, proprio per quella grande capacità di sintesi che (contrariamente a quanto potrebbero pensare i profani) è una delle cose più belle del barocco. Fortunatamente tale difetto è compensato da una musica che invece è molto schietta.
Da questo punto di vista ho amato molto di più il libretto dell’azione scenica di Martini. Quest’ultima [SEGUONO SPOILER] racconta la storia di una ricca vecchietta che si innamora di un bel giovanotto e gli fa un sacco di regali. Il giovanotto non vuole saperne di lei ma accetta i suoi regali per riciclarli con una ragazza di cui è invaghito. La ragazza li accetta volentieri ma a sua volta non vuole saperne del giovanotto che per questo motivo nel finale decide di sposare la vecchietta, conscio del fatto che morirà presto e gli lascerà un sacco di soldi.
Qualcuno dirà che con una trama del genere è facile scrivere versi più accattivanti. Niente affatto: la brevità (l’opera in questione dura meno di mezz’ora) può sicuramente aiutare (in quanto costringe il librettista a essere sintetico) ma riuscire a dire cose originali e interessanti in un’opera buffa di solito è molto più difficile.

Ma quello che più di tutto mi preme ricordare di “Vox Vitae” è la grande capacità di coniugare il lavoro filologico e la componente ludica degli spettacoli proposti. Sono spettacoli rivolti a tutti, dal bambino rompipalle che rumoreggia durante le arie dei cantanti al vecchietto con trent’anni di conservatorio alle spalle. È significativo il fatto che per uno di questi spettacoli, ovvero l’azione scenica di Martini – che per giunta è probabilmente quello che ha richiesto più impegno dal punto di vista filologico, trattandosi della primissima messa in scena di un lavoro che in gran parte si è dovuto ricostruire – si sia scelta una modalità di esecuzione che al giorno d’oggi è tra la più commerciali, ovvero quella del pranzo+spettacolo. In questo senso, parliamo davvero di una realtà culturale, che non punta solo a riesumare delle belle pagine di musica antica “perché sì” ma anche a restituirle al pubblico.

Perché a questo punto non credo che sia chiaro a tutti ma quando parliamo di riscoperta degli autori del passato stiamo parlando di qualcosa di ENORME. Se oggi possiamo goderci il lavoro di Bach, Rossini, Haydn e via discorrendo, è perché in passato qualcuno si è armato di pazienza e ha deciso di restituirceli come un patrimonio collettivo (e se state siete arrivati fin quei con la lettura suppongo non ci sia bisogno che vi spieghi perché questo fatto è positivo). Analogamente, grazie a quello che è successo qualche giorno fa all’“Alto Reno baroque music festival” un domani il nome di Giovanni Paolo Colonna potrebbe significare qualcosa di importante non solo per gli addetti ai lavori. In sostanza è questo il senso del lavoro umile e silenzioso ma dai risultati tangibili che svolgono questi ragazzi.

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