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Se proprio volete fare le trasposizioni delle opere liriche, almeno fatele bene

In: Classica

9 Dec 2014

Faocpc 1

Oggi voglio fare pubblicità gratuita e spudorata a uno dei blog che seguo. Si chiama “Doppiaggi italioti” e contiene “apprezzamenti e rimproveri al doppiaggio italiano”. È un sito che offre dei bellissimi spunti di riflessione riguardanti sia il doppiaggio che l’argomento “traduzione” in generale.

Tradurre è un mestiere tutt’altro che facile, e non basta certo un dizionario per farlo come si deve. Occorre non solo rispettare il senso letterale delle parole ma anche fare arrivare forti e chiari dei concetti non sempre familiari al pubblico per cui si traduce quanto lo sono per i fruitori dell’opera originale.
Un esempio riportato su “Doppiaggi italioti” proviene da un film già di per sé bruttino, e per di più tradotto malamente: “CaPTain America” (da leggersi con uno sputazzo sul “PT”). In una scena di questo film – sintetizzo l’aneddoto per chi non ha voglia di leggerselo sul blog, gli altri possono trovarlo qui – il protagonista si chiede cosa potrebbe fare se mai dovesse lasciare l’esercito. “Ultimate fighting?” gli suggerisce scherzosamente un personaggio. La gag consiste nel fatto che l’ultimate fighting è una sorta di lotta libera che si fa vestiti da carnevale dentro una gabbia; sport adatto a un tizio abituato a combattere vestito da supereroe.
Il curatore di “Doppiaggi italioti” racconta di aver dovuto chiedere aiuto alla sua ragazza, madrelingua inglese, per capire questa battuta (già di per sé non eccelsa). E prosegue spiegando che quest’ultima sarebbe stata capita da molti più italiani se al posto dell’ultimate fighting ci avessero messo – ad esempio – il wrestling, sport assai più familiare ai nostri compatrioti.
Un errore molto comune quando si parla di traduzione è pensare che quando una cosa non viene tradotta alla lettera si stia tradendo il significato originale. Tutt’altro; la cosa più importante quando si tratta di rispettare il significato originale di un’opera è – per l’appunto – il significato. Nel caso specifico non è importante sapere che l’amico di Capitan America sta parlando di ultimate fighting o di frittelle quanto il comprendere che lo sta scherzosamente invitando a darsi a un’attività da tamarri palestrati. E in questo caso la parola “wrestling” va più che bene.

Un altro esempio riportato nel sito è il titolo del film “La morte ti fa bella”, da molti considerato un abominio in quanto apparentemente poco attinente a quello originale ma che in realtà è un’efficace traduzione dell’inglese “Death becomes her”, in quanto “becomes + pronome personale” in inglese sta per “ti dona”, “ti sta bene”, ironico riferimento al fatto che le protagoniste arrivano ad autodistruggersi inseguendo la propria ossessione per la bellezza.

Insomma, l’importante, quando si traduce, è far capire il senso di quello che si traduce, offrendo a uno spettatore italiano la stessa identica comprensione del testo di un inglese, di un tedesco o di uno spagnolo. Non a caso si parla di “adattamento”.

Locandina del film "La morte ti fa bella".

Locandina del film “La morte ti fa bella”.

“Tradurre” ha pressapoco la stessa radice di “trasporre”, e oggi va molto di moda trasporre leopere liriche ai giorni nostri, una tentazione a cui non ha resistito neanche la regista del recentissimo “Fidelio” scaligero.
Quella dell’opera ottocentesca ambientata ai giorni nostri è un’idea banale, scontata, inflazionata, prevedibile, abusata, convenzionale, presuntuosa nel suo pretendere di essere originale, logora, trita e ritrita, ma, se proprio i registi ci tengono, la ripropongano pure. Il vero problema, come è già stato detto nell’ultimo articolo da noi pubblicato, è che molta gente non si rende conto del fatto che l’aver operato una trasposizione non ti esclude dal fare bene il tuo lavoro, tutt’altro.
Un buon traduttore, così come un buon traspositore, deve possedere due requisiti fondamentali:

  1. conoscere molto bene la lingua da cui traduce
  2. conoscere molto bene la lingua nella quale traduce.

Per fare una buona trasposizione, quindi, bisogna avere ben presente l’ambientazione dell’opera originale e anche conoscere molto bene l’ambientazione da noi scelta per la nostra versione.

Un esempio di trasposizione ben riuscita che senz’altro sarà noto a tutti è “West Side Story”, che traspone la trama di “Romeo e Giulietta” nel West Side di Manhattan trasformando i Capuleti e i Montecchi in americani e portoricani. Un’idea che potrebbe sembrare semplice, persino facilona, ma che lo è meno di quanto sembri. Se l’originale, infatti, era ambientato in un’Italia medievale divisa in fazioni per motivi che nessuno ricorda, la trasposizione è ambientata in un’America altrettanto divisa per motivi altrettanto futili. C’è un messaggio di fratellanza universale che sfugge a un’occhiata superficiale, perché stiamo parlando di due famiglie che sono “entrambe di pari dignità” e che combattendosi “macchiano mani fraterne di sangue fraterno”. Questa storia non parla solo di un amore difficile ma soprattutto di persone che pur essendo uguali si considerano diverse.
Una situazione che si è effettivamente riproposta in America all’epoca in cui è ambientato “West Side Story”, perché l’America è un paese abitato quasi esclusivamente da immigrati e fare distinzioni tra un portoricano arrivato l’altroieri e un newyorkese arrivato tre generazioni fa è un po’ come fare una distinzioni tra Capuleti e Montecchi.
Fermandosi alla superficie si potrebbe finire per raccontare una storia d’amore tra un’SS e un’ebrea creando un “Romeo e Giulietta” che non starebbe né in cielo né in terra perché, pur essendo senza dubbio una storia d’amore problematica, frasi come “è solo il tuo nome che mi è nemico” non avrebbero più senso.
Chi proponesse una lettura del genere dimostrerebbe di non conoscere né “Romeo e Giulietta” né la storia del Terzo Reich. Ed è fondamentalmente questo il problema delle trasposizioni nei teatri lirici: che chi le fa il più delle volte dimostra di non conoscere né le ambientazioni originali né le analoghe ambientazioni moderne.

La scena del balcone in "West Side Story".

La scena del balcone in “West Side Story”.

Per il “Fidelio” di domenica è stata scelta come ambientazione un non meglio precisato ambiente degradato e metropolitano. E già partiamo male, perché è lo stesso ambiente scelto per mille altri titoli in mille altre occasioni.
Ma chiudiamo un occhio, come detto, sull’originalità. In che modo avrebbe senso il parallelismo tra un carcere e un generico ambiente industriale degradato? Riguardo al suo capolavoro “L’ultimo inquisitore” Milos Forman dichiarò:

“Negli anni cinquanta, come giovane idealista, leggevo queste terribili cose riguardanti l’Inquisizione spagnola, e vedevo i paralleli, esattamente la stessa cosa, in Cecoslovacchia, durante l’era Comunista: le persone venivano arrestate senza ragioni, poi confessavano crimini che non avevano mai commesso, ovviamente sotto tortura, e poi venivano giustiziate. Stava succedendo proprio là, nella decade del 1950. […] Negli anni ottanta mi recai al Museo del Prado a Madrid e vidi i dipinti di Goya. Vidi le memorie di quel libro che avevo letto 30 anni prima venire illustrate da questo Goya. Tu vedi ogni cosa là, tu vedi i tribunali dell’Inquisizione, le camere di tortura, i manicomi, le prigioni. Tu vedi tutto quanto dipinto da Goya. E così mi trovai improvvisamente a cercare di mettere insieme questi due elementi, mi sembrava come una cosa stimolante da provare.”

Questo ha senso. Il nesso tra il “Fidelio” e il generico ambiente industriale degradato, invece, dove sarebbe? Anzi, generalizziamo, dov’è il nesso tra qualsiasi cosa e un ambiente che, essendo generico, per definizione non si ricollega a niente?
Prima che qualcuno me lo faccia notare vorrei dire che sì, ho sentito l’intervista a Deborah Warner in cui dichiara che quella voleva essere “una fabbrica abbandonata, occupata e riconvertita provvisoriamente in carcere” ma quel che si dichiara nelle interviste è fuffa, l’importante è quel che si vede sulla scena. E quel che si è visto sullo schermo è un generico ambiente degradato. Lo so perché ho passato la prima mezz’ora dello spettacolo a spiegare la trama ai miei amici, che dalla messa in scena non la capivano, e nessuno di loro mi ha chiesto “Ma perché sono in una fabbrica abbandonata occupata e riconvertita provvisoriamente in carcere?”. Al massimo mi hanno chiesto “Ma dove cazzo sono?”.

Una scena del film "L'ultimo inquisitore". A proposito, qualcuno dica alla costumista e ai truccatori che questo è l'aspetto di un tizio che vede la luce del sole per la prima volta dopo vent'anni.

Una scena del film “L’ultimo inquisitore”. A proposito, qualcuno dica alla costumista e ai truccatori che è questo l’aspetto di un tizio che vede la luce del sole per la prima volta dopo vent’anni.

Potrei capire, comunque, un parallelismo tra il carcere dove è rinchiuso il ribelle Florestano e Guantanamo, dove sono rinchiusi prigionieri che hanno pestato i piedi alle persone sbagliate ma, ammesso e non concesso che uno possa vedere in quel mucchio di sassi e colonne di cemento una fabbrica abbandonata, occupata e via discorrendo, chi è che guardando uno spettacolo del genere dice “Una fabbrica abbandonata, occupata e riconvertita provvisoriamente in carcere! Proprio come nel ‘Fidelio’!”?

Sempre dalle interviste alla regista scopriamo altri riferimenti, tra cui Lampedusa, l’ISIS e l’Ucraina. In più in scena vediamo un barbone e dei tizi vestiti da operai. L’impressione generale è che si sia cercato di creare una generica atmosfera di disagio sociale mischiando elementi che non c’entrano una mazza l’una con l’altro. Una sorta di generica “poverata” alla Maurizio Crozza in versione Luca Cordero di Montezemolo. L’atteggiamento, appunto, di uno che i poveri non sa neanche come sono fatti e non sa distinguere la condizione di un rifugiato politico che sbarca a Lampedusa da quella di un senzatetto e da quella di uno spirito libero del diciannovesimo secolo.

Il primo risultato di Google Immagini se provi a cercare "fabbrica abbandonata, occupata e provvisoriamente convertita in carcere".

Il primo risultato di Google Immagini se provi a cercare “fabbrica abbandonata, occupata e provvisoriamente convertita in carcere”.

Inoltre mi chiedo che senso abbia dare a tutti i personaggi o quasi dei vestiti identici. Vuoi vestire i cantanti con abiti moderni? Liberissimo, ma questo non significa poter ignorare completamente l’identità di questi personaggi. Non puoi, ad esempio, vestire i prigionieri di un carcere di massima sicurezza come la figlia del direttore del carcere stesso. Non puoi perché significa ignorare la differenza abissale che sta tra un uomo rinchiuso come un animale e una giovane di belle speranze, fondamentalmente di classe borghese. Differenza che esisteva nell’800 e che esiste ancora oggi, a maggior ragione se il tuo obiettivo attualizzare la storia.

Un adattamento ben fatto riesce ad avvicinare lo spettatore a un’opera che per lui potrebbe essere datata e distante, glie la rende più comprensibile. Ben vengano quindi le trasposizioni ben fatte. Evitiamo invece quelle  che, limitandosi a spostare una vicenda da un anno all’altro, nulla aggiungono all’originale, e spesso tolgono mettendo in scena parallelismi completamente campati per aria.

12 Responses to Se proprio volete fare le trasposizioni delle opere liriche, almeno fatele bene

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Evit di Doppiaggi Italioti

dicembre 9th, 2014 at 1:12 am

Grazie per la pubblicità spudorata e gratuita, non solo mi ha permesso di scoprire questo blog intelligente ma in particolare questo articolo sul Fidelio. Mi ero arrabbiato perché i biglietti a prezzo decente erano subito scomparsi a pochi minuti dall’apertura delle vendite online. Ci volevo andare la prossima settimana. Rattristato mi rincuoro vedendo che Rai 5 lo avrebbe trasmesso in diretta e almeno lo avrei potuto vedere in tv… Poi ho visto quella cosa che tu hai descritto e sono stato così contento di non aver speso un centesimo! Concordo con tutti i dettagli da te citati e il parallelo con il doppiaggio è assolutamente perfetto. Sono contento che il mio blog appaia in un simile articolo. La modernizzazione di certe opere dovrebbe essere innanzitutto sensata e poi dovrebbe avere (secondo me) un altro titolo, così come lo aveva West Side Story.

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FrancescoV

dicembre 9th, 2014 at 11:26 am

Grazie a te per avere ispirato questo articolo! Non sapevo fossi un melomane ma ora che lo so spero passerai a trovarci qualche altra volta. A presto e che CaPTain America sia con te!

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Evit di Doppiaggi Italioti

dicembre 9th, 2014 at 1:03 pm

Personalmente preferisco i concerti di musica classica ma quando capitano occasioni di andare a vedere famose opere in famosi teatri non disdegno affatto (purché me lo possa permettere), ho pur sempre ricevuto una più che rispettabile istruzione (nonostante alcune delle mie preferenze cinematografiche non lo lascino ad intendere).

Avrei prenotato per il prossimo fine settimana un breve soggiorno a Milano con la mia ragazza e speravo di portarla a vedere il Fidelio a “La Scala”, unendo così scopi turistici, intrattenimento e arte del far impressione sulla propria compagna… per fortuna non ho trovato posti a questo obbrorbio! Lo avremmo schifato entrambi.

Ho visto rivisitazioni in chiave moderna di altre opere famose e sono sempre stati dei flop clamorosi, chi va a vedere queste cose si aspetta un gusto retrò, mica le devono far piacere a tutti e a tutti i costi! Poi queste tamarrate finisce che non piacciono proprio a nessuno. L’unico motivo per il quale comunque nessuno se ne lamenta è perché molti che vanno alla prima della Scala ci vanno solo per motivi di prestigio sociale, poco importa cosa “danno”, l’importante è quanto hai pagato la poltroncina e in quale area ti sei riuscito a collocare questo anno. Sono questi la rovina del teatro perché chi produce queste taroccate moderne sa che comunque è La Scala e i biglietti li venderanno comunque.
Se potessimo affibbiargli una brutta parola anglosassone, potremmo chiamarlo il remake del Fidelio.

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Evit di Doppiaggi Italioti

dicembre 9th, 2014 at 1:05 pm

Scusa il finale con eccesso di “questi” e “comunque”. Ho ancora il dente avvelenato per lo “show” che hanno messo in piedi.

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FrancescoV

dicembre 9th, 2014 at 4:34 pm

E non hai visto quello dell’anno scorso.

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david

dicembre 20th, 2014 at 9:32 am

Sono contento di essermi imbattuto in FrancescoV. Ha un modo di ragionare che mi corrisponde e ne condivido quindi, in buona parte, gli esiti.
Mi piacerebbe anche saperne di più. Chi sei, che fai, dove vai… :)
Ciao.

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FrancescoV

dicembre 20th, 2014 at 3:26 pm

Se avessi aggiunto “e dove vanno a scuola i tuoi figli” mi sarei spaventato! Comunque ti accontento subito: sono un autore di teatro musicale, abito e studio a Bergamo e scrivo articoli principalmente su OnlineMusicClass e BroadwayWorld Italia (di cui sono caporedattore), qualche volta come freelance. A ogni modo non mi considero chissà che giornalista; ho cominciato a scrivere di teatro perlopiù per conoscerlo meglio e migliorarmi come autore.

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Hermes01

ottobre 19th, 2015 at 12:59 pm

Buongiorno Francesco! Come posso contattarti e dove posso trovare i tuoi scritti per una eventuale collaborazione? Hai un sito oltre questo blog? Come ti googlo?

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FrancescoV

ottobre 19th, 2015 at 1:29 pm

Ciao, Hermes. Il sito non è mio, io ci scrivo soltanto. Però se vuoi contattarmi puoi cercarre “Online Music Class” su FacciaLibro e mandare un messaggio all’admin per chiedegli il mio contatto.

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FrancescoV

ottobre 19th, 2015 at 1:32 pm

Ciao, Hermes. Il sito non è mio, io ci scrivo soltanto. Però se vuoi contattarmi puoi cercarre “Online Music Class” su FacciaLibro e mandare un messaggio all’admin e chiedergli il mio contatto.

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Hermes01

ottobre 22nd, 2015 at 2:34 pm

Ciao Francesco. Ci sono svariati gruppi e pagine Online Music Class. A quale corrisponde quello su cui dovrei scrivere? Grazie

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FrancescoV

ottobre 22nd, 2015 at 5:01 pm

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