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Pochi mezzi, tante idee: “Vox Vitae”

In: Pochi mezzi tante idee

29 Sep 2016

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Oggi parliamo di “Vox Vitae”, un’associazione relativamente giovane (è nata nel 2012) con sede a Porretta Terme (BO) che si occupa di riscoprire e divulgare pagine poco note della musica italiana, “dalle origini medievali al barocco del XVIII secolo”.

Ho intervistato per voi il presidente Giacomo Contro e il regista Lorenzo Giossi, che ha curato svariate loro produzioni tra cui l’oratorio “La caduta degli angeli” di Francesco Rossi, andato in scena il 4 settembre a Porretta Terme.

Perché proprio questo repertorio?

G. CONTRO: Per due motivi. Il primo è che il campo della musica antica è ancora tutto da scoprire, infatti la filologia della prassi esecutiva della musica antica e barocca è relativamente giovane e il repertorio da esplorare è ancora immenso. Il secondo è che questo tipo di repertorio, soprattutto la musica rinascimentale e barocca rappresenta quel Made in Italy che ha permesso a questo paese di diventare il più importante centro culturale del mondo. In un periodo di crisi come questo, cercare di ricordare quanto siamo stati grandi in passato è il modo migliore per rilanciare il nostro futuro.

In Italia esiste un pubblico per la musica antica?

G. CONTRO: Eccome! Esiste, è molto attento ed è facile da creare, proprio perché si tratta di una musica che, nel momento in cui viene riscoperta e proposta al pubblico, viene apprezzata immediatamente dalle grandi masse.

L. GIOSSI: Come tutte le cose che non sono mai state fatte o sono state fatte poco, il pubblico va un poco educato. Si sta creando un bacino d’utenza specifico e interessante. C’è gente che è venuta per la terza volta a seguire i nostri spettacoli. È un repertorio di nicchia ma il pubblico c’è.

E come si fa a educare il pubblico?

L. GIOSSI: Bisogna buttarsi. Rischiare e vedere quello che succede. Cercare di creare di un bacino fedele. È difficile (soprattutto quando si parla di un pubblico già adulto) ma bisogna crederci. L’ideale sarebbe avere una Storia della Musica decente a scuola. Qualcosa che non sia studiare il flautino, per capirci.

Dove trovate, fisicamente, la musica su cui lavorate?

G. CONTRO: Non siamo solo noi a fare un lavoro di ricerca, ma anche i gruppi che accogliamo durante le rassegne estive. Per esempio abbiamo accolto la “Schola Gregoriana San Pietro” (Bologna) che ha presentato un repertorio tratto dai libri corali della cattedrale, oppure gruppi come il “Pas de Deux” che ci ha portato un repertorio medievale basato sulle Cantigas.

E il vostro lavoro di ricerca?

G. CONTRO: Quello lo svolgiamo in sinergia con il direttore musicale con cui intendiamo collaborare per una determinata produzione. In accordo con lui e sempre con un occhio rivolto al budget, io mi occupo della ricerca degli spartiti da produrre.

Ad esempio due anni fa abbiamo realizzato “La Resurrezione” di Handel, che di per sé non richiedeva di un lavoro di ricerca enorme, trattandosi di un capolavoro celeberrimo, ma la scelta di questo titolo è stata comunque influenzata da vari fattori. Il primo è il fatto che questo oratorio si presta perfettamente ad una trasposizione scenica, cosa non comune a tutti gli oratori. Inoltre lo realizzammo in occasione di una importante festa religiosa: la Festa del Crocifisso, che nel 2014 cadde di domenica (evento molto raro, non ricapiterà fino al 2025). Abbiamo scelto, quindi, un oratorio che avesse una tematica idonea alla circostanza.
L’anno successivo abbiamo messo in scena “Il diluvio universale” di Michelangelo Falvetti. I criteri sono stati gli stessi: in primis la fattibilità economica, e parallelamente la possibilità di metterlo in scena. Infatti se per “La Resurrezione” i solisti avevano ampia possibilità di esprimersi teatralmente, nel secondo oratorio il coro sarebbe divenuto un elemento veramente importante per la drammaticità della musica, che quindi avrebbe avuto (e così è stato) un forte impatto sul pubblico.

Quest’anno è stata la volta de “La caduta degli angeli”!

G. CONTRO: Una scelta molto ponderata. Questo titolo era saltato fuori anche in occasione della messa in scena de “Il diluvio universale”. Fui io a scoprire (lo ammetto, per caso) questo oratorio. Capii già dal titolo che si trattava di un lavoro adatto a una trasposizione scenica, e in seguito che sarebbe stata una scelta azzeccata dal punto di vista economico. Per cui mi misi a trascrivere e lavorare su questo oratorio oltre un anno e mezzo fa.
Questo oratorio ha messo in luce i valori e i obiettivi dell’associazione. Tutti hanno messo in campo le loro competenze per raggiungere il miglior risultato possibile.

L’hai scoperto “per caso”? In che senso?

G. CONTRO: La maggior parte di questi manoscritti si trovano rinchiusi in biblioteche polverose e poco custodite o valorizzate (In questo caso la Biblioteca dei Girolamini, NA) e solo raramente e per caso qualche buon’anima di bibliotecario si decide a digitalizzare e rendere disponibili a tutti non solo il catalogo della propria biblioteca, ma anche il manoscritto stesso.
È stata una fortuna averlo trovato proprio adesso, perché un anno dopo la digitalizzazione di questo manoscritto la biblioteca è stata chiusa per mastodontici furti di libri antichi, cosa che ha reso molto più difficile nel reperimento di manoscritti da questa biblioteca!

Per quanto breve questo oratorio ha fatto nascere una fortissima voglia di aumentare il lavoro di ricerca di questo repertorio. A oltre un anno e mezzo dalla scoperta di questo manoscritto, la trascrizione non ha ancora raggiunto il livello di perfezione voluto, infatti ci sto ancora lavorando, nella speranza che questo spartito continui a vivere.

Il cosa consiste esattamente il tuo lavoro?

G. CONTRO: Non solo nel trascrivere manoscritti ma anche nel ricostruire le partiture, che potrebbero avere delle parti incomprensibili o danneggiate. Poi potrebbero esserci degli errori del compositore o dei copisti che vanno individuati e corretti. Comunque spesso le trascrizioni necessitano di scelte soggettive.

Tipo?

G. CONTRO: All’epoca molte cose non venivano scritte dal compositore ma date per scontate, perché la prassi era di eseguirle in un certo modo, ed essendo la filologia barocca relativamente giovane non sempre possiamo sapere quale fosse. Prendi ad esempio le alterazioni: quando noi oggi, in uno spartito, vediamo un diesis o un bemolle, siamo abituati a suonarlo fino alla fine della battuta salvo indicazioni contrarie. Una volta questa regola non esisteva. Le alterazioni venivano messe solo in certi punti e gli esecutori sapevano se mantenerle o meno. In certi casi possiamo capirlo anche noi ma talvolta no. Lo stesso dicasi per le numerazioni del basso continuo, che non venivano sempre scritte nel dettaglio bensì dando indicazioni generali. La musica barocca, come si sa, lasciava molto spazio alle variazioni. In certi punti, nella mia trascrizione, mi sono trovato a dover fare delle scelte.

Parlaci del compositore Francesco Rossi

G. CONTRO: Don Francesco Nicolò de Rossi è stato un abate barese. Uso il nome completo vista la “banalità” del nome ristretto, che è anche il motivo per cui è stato ed è tuttora difficilissimo realizzare una biografia completa e sicura della sua vita. Molte biografie faticano a definirlo come compositore. Solo negli ultimi anni c’è stato un lavoro importante di riscoperta di quello che è stato, a tutti gli effetti, il più importante musicista Barese del ‘600.
Ha avuto una vita molto travagliata, essendo stato perseguitato per decenni dal suo collega maestro di cappella della Cattedrale di Bari Alonzo Ramirez, invidioso della sua produzione. È dovuto scappare a circa cinquant’anni a Venezia ed è a questo punto che le sue tracce si perdono. Sappiamo di per certo che andò a lavorare come maestro del coro agli Ospedali dei Mendicanti a Venezia, compose cinque opere (purtroppo tutte andate perse) e molta musica sacra (tutta andata persa). Sulla sua fine non si sa nulla. Certamente visse oltre il 1699 (era nato nel 1625 ca.). Sto tuttora ricercando a Venezia il suo atto di morte, ma ciò richiede molto tempo e lavoro.
Sto anche aggiornando il catalogo delle sue opere: venticinque tra opere, composizioni sacre e profane. Ne sono rimaste dodici: cinque opere liriche completamente perse, otto oratori di cui solo due sopravvissuti. Sono rimasti solo dei duetti e qualche aria. Più alcuni brani a lui attribuiti ma che non siamo certi siano suoi.

Quanto ad Alonzo Ramirez, era anche lui un prete, membro di una importantissima e nobile famiglia barese di origini cinquecentesche. Dato che ovviamente non aveva figli, costrinse il figlio di sua sorella a cambiare nome in Ramirez se voleva ereditare la ricchezza della famiglia. Sappiamo che è stato prima, insieme e dopo Francesco Rossi maestro di cappella della Cattedrale di Bari. Era quasi sempre assente dal suo ruolo di maestro di cappella, ma dal momento che questo fruttava molti soldi e prestigio riuscì a farvi rinunciare Rossi grazie alla sua influenza e a delle minacce (di una di queste siamo venuti a conoscenza perché Rossi andò da un notaio per depositarla).

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Qualche domanda per il regista. Come sei finito a lavorare con quelli di “Vox Vitae”?

L. GIOSSI: È una storia lunga. Ho conosciuto Giacomo perché lavoravamo nella stessa scuola (facevamo gli assistenti degli insegnanti di sostegno). In un’ora di pausa ci siamo conosciuti, io ho scoperto che lui cantava, lui che io mi occupato di regia. Lui si occupava già di barocco e faceva concerti. Abbiamo cominciato a lavorare insieme quando venne deciso di mettere in scena un “Don Pasquale” a Porretta Terme. Un’operazione ambiziosa, perché a Porretta la Lirica mancava dal dopoguerra.
Lui aveva già in mente di creare qualcosa per riscoprire la musica antica della zona dell’Alto Reno, quella chiamata una volta “musica colta”. Quando decise di metter su un’associazione, chiamò me ed altre persone. Anche in quel caso, bisognava buttarsi. Lui è uno che si attiva personalmente per trovare fondi e quant’altro sul territorio.

Com’è lavorare a opere inedite o quasi?

L. GIOSSI: È una grande sfida, soprattutto quando si parla di composizioni nate ben prima della struttura classica dell’Opera Lirica. Non hanno trame o ambientazioni ben definite. Sono cose che servivano per educare la gente, come le vetrate gotiche. Capita spesso di bloccarsi, perché quella che ti trovi davanti non è la struttura a cui sei abituato. Spesso sono composizioni formate solo da soliloqui. Allora ti chiedi “Come la metto in scena? Come facciamo?”, cominci a scavare sotto le note e cerchi di capire il compositore. È un gioco molto emotivo.

Quando hai parlato di strutture diverse da quella classica dell’Opera Lirica mi sono venute in mente opere moderne come “Tommy” o “Jesus Christ Superstar”. Le opere di cui vi occupate hanno una drammaturgia più vicina a quella a cui siamo abituati oggi?

L. GIOSSI: È vero. Quando lavori su queste opere inedite, le scopri molto moderne sia dal punto di vista musicale che drammaturgico. Si chiamano “oratori sacri” ma di sacro non hanno praticamente niente. Dio non c’è quasi mai. Viene sempre colpevolizzato, o è un Dio che non c’è e non si fa vedere. Secondo me chiamavano “sacri” questi lavori per bypassare la censura, poi il compositore ci infilava le proprie riflessioni.

“La caduta degli angeli” è molto moderna come opera, perché parla di un “divorzio”, di una “rottura”. Anche la musica è molto innovativa: abbiamo dei cori che si alternano, un Lucifero che nel finale cambia voce e da soprano diventa basso. È una visione anche più espressiva della nostra, forse dovuta proprio al fatto che questi oratori non prevedevano un vero e proprio impianto scenico ma mettevano in scena dei pezzettini di vita normale. Forse erano un pelino più avanti di noi dal punto di vista della libertà sia d’espressione che creativa. Oggi l’Opera è caduta nel “genere”, in determinati schemi da cui ha cominciato a uscire solo a fine ’800.

Quindi non c’è il rischio che la cosa si trasformi in un revival?

L. GIOSSI: Secondo me no.

Due parole su “La caduta degli angeli”?

L. GIOSSI: L’opera venne eseguita una sola volta in Francia, con molte licenze e infiorettature. Siamo stati costretti a un lavoro di analisi abbastanza lungo.

L’oratorio si apre con un coro che inneggia alla Trinità. Dopodiché arriva Dio, annunciato da San Michele, e spiega al coro che ha deciso di creare dal fango “L’uomo che il mondo adorerà”. È questo che dà il via alla rivolta aizzata da Lucifero.
L’idea è stata proprio quella di rappresentare una crisi, un divorzio. Immagina, ad esempio, un’azienda in cui regna l’armonia, poi un giorno arriva il capoufficio e dice che l’inserviente di colore che pulisce gli uffici a mezzanotte diventerà il vicedirettore. Quello che dovrebbe diventare il vicedirettore si sente tradito e comincia a chiedersi “cosa ho fatto di sbagliato?”.
Quindi abbiamo deciso di ambientare la storia in uno spazio metafisico, pieno di simbolismi. Doveva essere molto chiara l’idea di un blocco unico che iniziava dapprima a creparsi per poi separarsi definitivamente in due ambienti distinti. I personaggi hanno aiutato molto, sopratutto quello di Lucifero. Mi sono sempre chiesto perché nelle Sacre Scritture si dice “non pensate alla maniera umana”. Noi siamo umani e pensiamo alla maniera umana, cioè come Lucifero! Mentre tutti accettano passivamente, lui ragiona, e dall’altra parte c’è un Dio passivo-aggressivo. Infatti in scena vedrai che tutti i coristi indossano delle fasce che li obbligano a muoversi come un unico blocco. Lui si toglie questa fascia, e la toglierà anche agli altri. È libertà ma nella trama porta alla perdizione. Anche San Michele diventa un po’ come Lucifero: quando va da Dio a raccontargli cosa sta accadendo e lo esorta a fare pulizia, Dio non gli risponde (nello spartito c’è una lunga pausa) allora lui lo esorta in modo molto più incalzante, al che Dio gli risponde semplicemente “la mia pace non può essere turbata”. Anche San Michele si sente un po’ tradito da questo Dio serafico, solo che lui si mette al suo posto per domare la rivolta, mentre Lucifero prova altre strade.

C’è un forte contrasto tra un libretto che parla di fulmini, fuochi e fiamme e una musica calma, quasi lugubre. Come se l’inferno fosse solo essere persi. L’abbiamo rappresentato con una luce color ghiaccio, come una sorta di depressione. Anche i beati alla fine, quando viene pronunciata la morale della vicenda, non sembrano felici. La musica lo è ma la rottura si sente. Anche quelli che si sono salvati, dopotutto, hanno perso i loro fratelli. È un coro di sopravvivenza più che di vittoria.

Parliamo di vil denaro. Quali fondi avete per mantenervi, come li usate e da dove arrivano?

G. CONTRO: dunque, i fondi (purtroppo) variano di anno in anno, e sono sempre comunque molto pochi [del resto, se così non fosse, che ci farebbero in questa rubrica? NdR]. Abbiamo una base data dalle quote associative dei soci, poi abbiamo i restanti fondi che provengono da più fonti: i commercianti locali che rappresentano una grossa fetta degli sponsor ai quali ovviamente facciamo pubblicità su ogni nostro mezzo di comunicazione possibile, poi abbiamo gli enti pubblici che (per ora molto magramente) ci hanno sempre dato un piccolo sostegno, e per gli anni precedenti a questo si è aggiunto un fortissimo sostegno da parte della BCC (Banca di Credito Cooperativo) Alto Reno. Inoltre, una strategia molto efficace che abbiamo testato quest’anno è la collaborazione tra associazioni. Una associazione (Crescendo, nel nostro caso) realizza un evento in collaborazione con il suo cartellone e ci aiuta sostenendolo in maniera economica.
Noi i fondi li usiamo principalmente per poter spesare gli artisti che vengono ad esibirsi nella nostra rassegna, ma indubbiamente una buona percentuale va investita in pubblicità e anche per le spese associative (Banca, commercialista).

Progetti futuri?

G. CONTRO: Dico solo una cosa: che noi come associazione vogliamo veramente lanciarci nell’alto professionismo nel 2017, con un grande progetto che ancora non sveliamo. Questo sarà possibile solo se finalmente le amministrazioni pubbliche locali e regionali capiranno che il potenziale che abbiamo è enorme, e che siamo veramente in grado di rilanciare il turismo culturale dell’intero alto Appennino bolognese.

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