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Monteverdi e noi

In: Cinema ed Autori

8 May 2017

Monteverdi

Il 9 maggio del 1567, esattamente 450 anni fa, nacque uno dei fondatori del teatro lirico: Claudio Monteverdi.
Come redattore di un giornale che parla di musica, ma ancora di più come autore di teatro musicale, non potevo esimermi dallo scrivere qualcosa per l’occasione.

Iniziai a pensare al da farsi già un anno fa. Dapprima pensai di realizzare una vera e propria settimana di Monteverdi, proponendo ogni giorno una delle sue le opere pervenuteci in forma completa. Un’idea che ho scartato quasi subito: ci sono divulgatori molto più bravi di me per quello, anche se non hanno molta voglia di agire, almeno stando a quanto affermato qualche settimana fa da Rinaldo Alessandrini (e se lo dice lui c’è da crederci). Io al massimo posso invitarvi ad armarvi di CD e DVD per organizzare un mini-festival nel salotto di casa vostra in compagnia di tutti gli amici che vorranno unirsi a voi. Tutti e due.
Quello che voglio proporvi oggi è piuttosto un articolo molto personale, che non riguarda me come articolista quanto come autore e spettatore.

Vi confesso anche che non credo che avrei retto una settimana intera di Monteverdi. Non perché non mi piaccia, naturalmente, ma perché – ve lo confesso – Monteverdi mi fa paura.
Già. Più passa il tempo, più accostarmi a questo autore mi spaventa. Il motivo è che Monteverdi è il simbolo di ciò che poteva essere e non è stato.
Quando Alessandrini dice che questo autore è stato dimenticato in Italia, in realtà ha torto, almeno se valutiamo la cosa da un punto di vista meramente numerico. A Cremona hanno organizzato un festival denso di appuntamenti, mostre e similari, a Venezia proporranno tutte le opere giunte in forma completa sino a noi (tranne “Il combattimento di Tancredi e Clorinda”, che essendo uno spettacolo ibrido si tende spesso a lasciare da parte), e persino la Scala, tra una “Traviata” e l’altra, ha riproposto una vecchia regia de “L’incoronazione di Poppea”. Ma allora da dove mi viene questa sensazione che Alessandrini abbia ragione da vendere?

Forse per rispondere a questa domanda può essere utile ricordare un fatto accaduto qualche tempo fa.
Nel 2009 uscì il film “Nine”, tratto dall’omonimo musical basato a sua volta sul film “8 e 1/2” di Fellini. Nel cast Rob Marshall volle anche alcuni attori italiani, e soprattutto una leggenda vivente degli anni che il film voleva rievocare: Sofia Loren. Nel corso di una conferenza stampa un giornalista rivolse all’attrice la seguente domanda: “Perché Fellini è stato praticamente dimenticato in Italia?” e la risposta che ottenne fu: “Ma che dice? Abbiamo fatto un film su Fellini proprio adesso!”. Giusto, e aggiungerei che retrospettive, documentari, cazzi e mazzi sul regista si sprecano. Tuttavia io credo di capire cosa intendeva quel giornalista.
Appartengo a una generazione che Fellini non ha fatto in tempo a conoscerlo di persona, e sicuramente non prima che diventasse un maestro universalmente riconosciuto. Come tale, non avevo alcuno stimolo a riscoprirlo. Ne sentivo parlare così tanto che avevo l’impressione di conoscerlo anche senza conoscerlo; è lo stesso motivo per cui non ho mai avuto voglia di vedere “Lost” e “Il trono di spade” (cambieranno i titoli ma sono sicuro che il 99% di voi conosce questa sensazione).
Qualcuno provava anche a convincere noi ragazzi a guardare i film di Fellini ricorrendo a un ricatto morale: se non lo avessimo fatto saremmo stati degli ignoranti. Devo dire che con me questo ricatto un pochino funzionava, ma io provenivo da una famiglia di gente abbastanza istruita, avevo una reputazione da secchione da difendere. Altri avranno risposto semplicemente “e ‘sti cazzi”.

E anche su di me il ricatto morale funzionava fino a un certo punto. Tornando all’Opera Lirica, iniziai ad interessarmene nei primi dieci anni della mia vita, ma fu un interesse dapprincipio molto blando. Guardavo gli spettacoli, li trovavo belli, ma non li sentivo come una parte imprescindibile di me.
Cominciai a vederli come qualcosa che mi riguardava da vicino solo più avanti, quando scoprii l’Opera Moderna (e quei titoli che ho recensito su questo stesso sito nella rubrica “Breve storia dell’Opera Moderna”). In quel genere teatrale vedevo tutto ciò che mi avrebbe fatto amare l’Opera negli anni successivi: la capacità di rendere vive e concrete le pulsioni più intime e segrete dell’essere umano. Il tutto in un linguaggio sia poeticamente che drammaturgicamente simile al mio e trattando argomenti molto vicini a un uomo della mia epoca. Ma più di tutto ciò che mi faceva sentire vicine quelle opere era il mio diritto a non farmele piacere, diritto che con “Il barbiere di Siviglia” o “La dolce vita” non sentivo di avere.
Fu allora che decisi di riprendere in mano le opere liriche che avevo ascoltato da piccolo, non per il loro valore intrinseco ma perché riascoltarle significava riscoprire le mie radici. Le sentivo finalmente come qualcosa di vivo, che mi riguardava da vicino.
Già, perché nel frattempo mi ero anche messo a scrivere dei libretti d’opera. Con risultati non ancora eccelsi, si capisce, ma a onor del vero neanche da buttar via. A quel punto riscoprire le origini dell’Opera italiana per me era diventato un dovere, fu così che scoprii l’esistenza di un tizio di nome Claudio Monteverdi.
Scoprii anche che le opere di quell’epoca erano molto più vicine alle mie esigenze di quanto non fossero i drammoni ottocenteschi che avevo conosciuto fino a quel momento. Molto più asciutte, molto più teatrali, straordinariamente moderne.

Qui torniamo al discorso di poco fa: perché nonostante tutto si ha l’impressione che Monteverdi non venga apprezzato nella sua patria?
Perché – diciamo la verità – gli italiani un compositore come Monteverdi non lo vogliono. Rappresenta tutto quello che considerano, a torto, poco operistico.

Tanto per cominciare, i libretti delle sue opere.
Il melomane italiano medio è convinto che il libretto in un’opera lirica conti meno di zero. I loro beniamini non sarebbero d’accordo, specie se consideriamo il termine “libretto” nella sua accezione più ampia, ovvero non solo versi da musicare ma anche soggetto, drammaturgia, coerenza interna. Verdi finì in tribunale pur di trattare i soggetti che voleva come voleva, Mozart rischiò di giocarsi la carriera e Puccini di farsi accoltellare da Leoncavallo. Tutto ciò per una cosa che “non conta nulla in un’opera”?
Quanto alla coerenza interna, ricordiamo che Verdi scrisse a Piave per dirgli di cambiare dei versi del “Rigoletto” per evitare un buco nella trama. Un interesse per il testo superiore a quello di molti cineasti di oggi, ma non fatemi pensare a robaccia tipo “Batman contro Superman” sennò poi mi vengono i nervi e devo prendere le goccine.
Se parliamo solo della qualità dei versi, e prendiamo come modello la trilogia popolare di Verdi, ci potrei anche stare. In effetti ho letto cose molto più valide dal punto di vista letterario di “Tutte le feste al tempio/mentre pregava Iddio/bello e fatale un giovine/offreasi al guardo mio”. Posso capire che un ascoltatore abituato a questa roba possa sentirsi spiazzato di fronte a libretti come quelli di Busenello e addirittura trovarli eccessivamente verbosi.
Ma – mi spiace dirlo – è lui a essere in difetto. I versi delle opere di Monteverdi diventano molto più stimolanti non appena si riesce a capire ciò che gli autori dell’epoca avevano già capito quattrocento anni fa, ovvero che il teatro musicale deve essere prima di tutto teatro.
Ciò che mi fa amare il già citato “Combattimento tra Tancredi e Clorinda”, per esempio, è il fatto che si faccia di tutto per drammatizzare quello che di per sé potrebbe essere un semplice madrigale.

La musica di Monteverdi non è pesante, non permette al cantante di esplodere in grandi “vociate” e acuti strazianti, a tratti può sembrare persino puerile e questo è un altro dei motivi per cui non incontra il gusto del melomane medio, secondo cui l’Opera non è tale se non mette a dura prova il diaframma dell’interprete.
Ma, di nuovo, nel momento in cui si comprende che si sta assistendo a un lavoro teatrale, dove l’espressività delle voci conta più di tutto, quella musica all’apparenza puerile si apre in tutta la sua struggente bellezza.

Grande padronanza del mezzo teatrale, attenzione maniacale al testo, voglia di sperimentare. Queste sono le cose che rendono grande Monteverdi secondo me. Ciò che lo rende eccelso, invece, è la capacità di andare addirittura al di là di tutto questo con una grandissima libertà.
Come ebbe a dire Luciano Berio, la differenza tra i compositori di una volta e quelli di oggi è che quelli di una volta erano in grado di comporre messe solenni con lo stesso atteggiamento che riservavano alle canzonette e viceversa, quasi non cogliessero la differenza tra le due cose.
Le opere di Monteverdi esprimono molto bene questa forma mentis. In esse le vicende più tragiche vengono trattate con sapiente ironia.
Emblematico il caso de “Il ritorno di Ulisse in patria”, un mito di cui viene colto l’aspetto tragicomico, surreale, trattandolo quasi come fosse un’opera buffa senza perdere nulla della drammaticità della vicenda trattata.

Delle opere di Monteverdi “L’Orfeo” è quella che mi piace meno proprio per il fatto che di libertà non se ne prende moltissima, limitandosi a seguire pedissequamente la vicenda narrata nel mito. Però mettetevi nei panni di quelli che l’hanno visto la prima volta! Uno spettacolo dal linguaggio nuovo, fresco, di una semplicità disarmante.
Contrariamente a quanto alcuni (profani) pensano, c’erano stati diversi esperimenti operistici prima de “L’Orfeo” ma, almeno a giudicare da ciò che è arrivato fino a noi, mai in forma così matura ed articolata.
La dicitura presente nel libretto descrive quest’opera come una “favola in musica”, e si tratta di una definizione azzeccata. Il taglio è onirico, fiabesco, i personaggi metaforici ed evanescenti. Ciononostante, lo stile è asciutto, essenziale. In effetti non ho mai apprezzato quelle regie che presentano “L’Orfeo” come una sorta di spettacolo di marionette viventi, con impiego di abiti sfarzosi e scenografie pazzesche.

Ma il capolavoro di Monteverdi è senza dubbio “L’incoronazione di Poppea”. Un’opera scritta tenendo conto di quella che per l’epoca era una grande novità: il pubblico pagante. La stragrande maggioranza delle opere precedenti, difatti, era stata scritta per una ristretta cerchia di intellettuali o cortigiani, senza avere l’obiettivo di convincere chicchessia a comprare un biglietto.
Qui, con buona pace di quelli che “gne-gne, se mettiamo il teatro in mano agli impresari e diamo agli artisti i soldi per pagare le bollette è la morte dell’arte”, Monteverdi diede il meglio di sé. Proprio perché ebbe l’occasione per andare al di là di ogni finalità didattica o moralistica e di puntare prima di tutto alla bellezza della vicenda.
La morale, difatti, in quest’opera viene sconfitta, presa in giro. Eppure – e qui sta la vera genialità del libretto – non viene mai sminuita. Si pensi al personaggio di Seneca, apostrofato con epiteti quali “reo cortigiano/che fonda il suo guadagno/sul tradire il compagno”, tanto che si potrebbe pensare che il filosofo verrà rappresentato come un ipocrita paraculo (come avviene nel bellissimo film “Mio figlio Nerone”). Viceversa, la sua integrità non verrà mai messa in dubbio e la scena del suo suicidio sarà esattamente come ce la potremmo immaginare: epica e commovente.
Allo stesso modo, Poppea viene rappresentata come un’eroina ma la sua negatività non viene mai messa in dubbio. Ricorda un po’ il musical “Evita”: “Don’t cry for me, Argentina” è “pensata” (parola di Tim Rice) “come una rassegna di luoghi comuni della politica, qualcosa che debba sembrare accattivante ma non dica davvero granché” eppure rimane un brano emozionante.
In spettacoli più recenti si fa molta fatica a conciliare le due cose. Si cercano giustificazioni per rendere accettabili gli eroi negativi (rimproverai in una recensione di qualche tempo fa questa cosa a uno spettacolo di Presgurvic), oppure l’ipocrisia dei personaggi è resa in modo talmente ovvio per lo spettatore da avere l’aspetto dei baffi finti dei travestimenti di Paperino.
E poi – non lo nego – ci sono persino scene effettivamente commerciali, come quella in cui la nutrice di Ottavia si lamenta perché è vecchia.

Insomma, un compositore avanti anni luce. Ecco perché non riesce ad attrarci come dovrebbe: semplicemente siamo così abituati a considerare veri i luoghi comuni che riguardano l’Opera da trovarlo incomprensibile.
Questa a qualcuno sembrerà una frase da tizio che se la tira ed è convinto di essere l’unico in grado di capire la genialità di un dato autore. In realtà il mio dramma è proprio questo: io non sono convinto affatto di essere l’unico a capire certe cose. Conosco molte persone che amano Monteverdi per i miei stessi motivi e sono sicurissimo che queste persone, leggendo questo articolo, saranno state d’accordo con me. Anzi! So di per certo che anche quei Verdi e Puccini tanto cari al melomane medio da me attaccato in queste pagine sarebbero stati d’accordo con me. Come ho già detto, sarebbero stati d’accordo sull’importanza del libretto, ma anche su tutto il resto. Il loro lavoro lo dimostra.
Eppure sento ancora dire cose come “in un’opera il libretto non conta niente”, “facciamo le opere in forma di concerto tanto chissene”, “i cantanti d’Opera non sono attori” e via discorrendo. Sono sicuro che si arriverà a considerare stupide queste affermazioni, ma temo ci si arriverà in ritardo. E quando ci si arriverà sarà già ora di tornare a scrivere in un modo radicalmente diverso. Noi italiani non siamo stupidi, siamo semplicemente fuori-sync.

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