Il fatto che una regia faccia schifo non vuol dire che sia moderna

Come tutti sapete, si è da poco aperta la nuova stagione della Scala.
Una delle cose che mi ha maggiormente irritato dei commenti del giorno dopo è che, come spesso accade, i molti spettatori che hanno criticato lo spettacolo sono stati liquidati con l’accusa di essere dei tradizionalisti contrari alle regie moderne.

Mettiamo, quindi, in chiaro una cosa: quelli che hanno criticato questa regia non sono contro le regie moderne e, soprattutto, la Traviata di sabato non era moderna.
Non lo era così come non lo sono le regie della Föra da i Bal (o come accidenti si chiama), Callixto Bieito o altri registi i cui lavori sono semplicemente brutti e vengono spacciati per moderni.

Quello che segue è un articolo rivolto ai profani del genere per spiegare il concetto di “regia moderna in un’opera lirica”. Caro profano, non vergognarti di essere tale perché, in un campo o nell’altro, profani lo siamo tutti, e ascolta ciò che ho da dirti, poiché tante, ma davvero tante sono le cazzate che si sentono dire su questo argomento.

Un orologione gigante segna il tempo che resta da vivere a Violetta

Innanzitutto mettiamoci d’accordo sul significato del termine “moderno”. Al di là del suo valore intrinseco (“moderno” significa semplicemente “prodotto in questi tempi”), si suppone che con questa parola si voglia indicare qualcosa di innovativo, che esca dagli schemi classici (il cantante che si limita a entrare da un lato del palco, cantare la sua aria e uscire dall’altro lato, il fondale dipinto, la ballerina col tutù…).
Ora… a Las Vegas fanno spettacoli dove i ballerini nuotano in piscine enormi, in Francia si esibiscono mummie ballerine e acrobati che penzolano da campane giganti, a Broadway cantano volando sulle scope e alla Scala pensano che uscire dagli schemi sia spegnere la luce di botto e riaccenderla subito dopo.
Gli spettacoli a cui mi riferisco, è vero, non sono opere liriche. Ma, ammesso e non concesso che la Lirica debba essere per forza in ritardo di anni rispetto ad altre forme di espressione, si suppone che il più antico, se vuole rimodernarsi, debba ispirarsi al più moderno. “Ammesso e non concesso” dico, perché in passato i teatri lirici sono stati sede delle più grandi sperimentazioni. Si pensi anche solo al Flauto magico e al suo librettista/impresario Schikaneder, direttore di un teatro pieno di macchinari, botole ed esplosivi. Per non parlare poi del periodo barocco, quando sbalordire il pubblico era un obbligo e per farlo ci si inventava di continuo espedienti nuovi (giochi d’acqua, fuochi artificiali, stormi di uccellini liberati in teatro nel corso delle rappresentazioni…).

Certo, gli effetti speciali non bastano a rendere moderna una regia. Ci vuole la drammaturgia. E su questo i talebani tradizionalisti non transigono: no alle trasposizioni, no ai costumi particolari, no alle interferenze nelle scenografie! Parrucche e fondali dipinti a go-go!
Sto scherzando. In realtà, se una regia è moderna ma fatta bene, è raro che venga fischiata. Ci sono tanti esempi di regie moderne che non sono state attaccate violentemente.

Parlando sempre della Signora delle Camelie, la Traviata-Watchmen di Willy Decker era molto più moderna di quella di Tcherniakov, e nessuno ha fischiato la messa in scena.
Dico che era molto più moderna perché, per come la vedo io, ambientare uno spettacolo come questo in una stanza bianca dominata da un orologio gigante è molto più “oltre gli schemi” che ambientarlo in un salottino come si è sempre fatto.

Elettori americani in "Theodora". Va' che facce da yankee!

Elettori americani in “Theodora”. Va’ che facce da yankee!

“Modernità” significa fare qualcosa che attualizzi l’opera avvicinandola ai gusti di oggi. Per esempio la Theodora di Peter Sellars io personalmente la trovo esageratamente disturbante ma trovo anche che attualizzasse bene la vicenda, trasformando l’impero romano nell’impero americano e i primi cristiani negli asessuati membri di una qualche setta pseudocristiana di oggi. Una trasposizione che, sorpresa sorpresa, non stravolgeva il libretto dell’opera, che racconta la storia di una donna che subisce il martirio per aver voluto conservare la propria verginità, e che quindi Sellars ha immaginato come un’appartenente a uno di quei gruppi di religiosi che (checché se ne voglia pensare; per esempio a me personalmente non stanno tanto simpatici) vivono un po’ ai margini della società, con regole tutte loro. Nessuno fischiò.

Parliamo anche dell’Alcina firmata Jussi Wieler/Sergio Morabito. Spettacolo su cui si possono avere molte riserve (quel coglione che si spoglia mentre canta la sua aria, una foto di gruppo a metà spettacolo che regala un nuovo significato all’espressione “gusto dell’orrido”…) ma che sicuramente affronta l’originale trattandolo per quello che è. Un mondo di eros e romanticismo irrazionale rappresentato come una soffitta intima dove uomini adulti giocano al dottore? Bèh… perché no? Anche in quel caso, qualcuno espresse dissensi, ma nessuno fischiò.

Insomma, furono i dissensi che avrebbe potuto ricevere qualsiasi regia tradizionale per un eccesso, una scelta di cattivo gusto o per essersi concentrata troppo su certi aspetti della storia trascurandone altri (per esempio ci fu chi disse, a ragione, che la messa in scena insisteva molto sull’aspetto erotico dell’opera tralasciandone l’aspetto magico). Insomma, l’ambientazione moderna non c’entrava.
Come ho detto nella mia recensione della prima alla Scala, i melomani (o come li volete chiamare) non fischiano per esprimere dissenso, fischiano quando proprio li si fa incazzare insultando la loro intelligenza. Così come il cliente di un ristorante non rompe il piatto in testa a un cameriere solo perché la minestra è fredda, ma lo fa se il cameriere ci ha sputato dentro.

La "Tosca" di De Ana

La “Tosca” di De Ana

Gli esempi sono tanti. C’è quella Tosca che Jonathan Miller ambientò nel periodo fascista (parallelismo azzeccato, tanto da aver ispirato prima di allora anche un film con Anna Magnani), ci sono le regie più recenti di Zeffirelli, tra cui gli applauditissimi Pagliacci che da commedianti girovaghi sono diventati artisti di strada, più familiari al pubblico odierno. Qualche tempo fa sentii anche parlare di un Elisir d’Amore che era stato ambientato da una regista in un liceo, trasformando Nemorino in un giovanotto impacciato e Norina nella bella della classe. Un’idea che puzza un po’ di Moccia ma che ha senso: oggi la campagna non è più un ambiente familiare al pubblico come una volta, ma possiamo trovare gli stessi rapporti di forza in una scuola superiore. Può piacere o meno, ma ha senso, e quindi non si fischia.

Né mi pare che venga fischiato tanto spesso un regista decisamente audace come Hugo De Ana. Non mi risulta che la sua Tosca avesse i fondali dipinti, eppure… E vogliamo parlare delle fichissime scenografie del Bregenz Festival? Avete mai sentito qualcuno fischiarle? Io no. Al contrario, ho sentito gente a cui di Opera non importa assolutamente niente definirle molto interessanti. È questo che dovrebbe fare chi si pone l’obiettivo di modernizzare: avvicinare il pubblico moderno al teatro antico, il pubblico non operistico all’Opera.

Tra l’altro tutte queste regie, oltre a partire da idee intelligenti, hanno anche un’altra caratteristica in comune: sono recitate in modo credibile. Quando (mi riferisco chiaramente agli spettacoli pubblicati in DVD e reperibili da tutti) vedi Dawn Upshaw recitare il ruolo di guida spirituale di una comunità religiosa o Catherine Naglestand impersonare una strega seduttrice, sei persuaso di quello che vedi, e questo contribuisce a far passare il messaggio che il regista intende comunicare. Perché un’idea registica non è solo una questione di costumi e scenografie, è una questione di idee.
A questo proposito, sapete quale penso che sia il migliore esempio di modernizzazione di un testo antico? Il Romeo e Giulietta di Zeffirelli.
Ora probabilmente penserete che stia dando i numeri, trattandosi del Romeo e Giulietta più filologico che ci sia. Io credo però che in quel film ci sia una grande modernità, in quanto i personaggi vengono trattati come giovani, ragazzi di borgata. Sono personaggi che per molti rappresentavano, e rappresentano tuttora, delle figure

Catherine Naglestand nei panni di Alcina

Catherine Naglestand nei panni di Alcina

epiche, quali in effetti sono, ma svuotate della loro umanità. Zeffirelli, facendo interpretare Giulietta ad una bambina, ha modernizzato il personaggio molto più di tante altre rappresentazioni come “Save the last dance”.

È questa la modernizzazione che preferisco: quella che non ti sbatte il messaggio in faccia ma semplicemente ti fa capire che quel testo può essere letto in chiave moderna perché il messaggio che veicola è moderno, e valido ancora oggi.

Un breve post scrittum:

Io (lo sto ripetendo dall’inizio dell’articolo) tutti ‘sti talebani incavolati per la regia moderna in sé non li ho visti. Se dovessi vederne uno, però, non gli darei tutti i torti. Trattandosi della prima alla Scala, intendo.
La Scala è un teatro di tradizione, forse il teatro di tradizione per eccellenza, e l’apertura è un evento tradizionale. Personalmente credo che riservare a questo evento uno spettacolo tradizionale sarebbe giusto.
Quando vado al ristorante cinese, non mi sento retrogrado perché mi aspetto del cibo cinese. Quando vado a vedere Molière recitato in francese, non mi sento ottuso perché me lo aspetto recitato in francese. Quando bevo la birra fatta in casa, non mi sento poco lungimirante perché non assomiglia a quella che bevo al bar. È quello che stavo cercando, quello per cui ho pagato, il sapore particolare che chiedevo. Allo stesso modo, non biasimo chi in una prima scaligera cerca la tradizione.

"Un ballo in maschera" al Bregenz Festival

“Un ballo in maschera” al Bregenz Festival

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