I have a dream (che riguarda i teatri lirici italiani)

Lampadario Scala

Dal momento che abito a Bergamo, seguo ogni anno con attenzione la stagione lirica del Teatro Donizetti e qualcosina dei teatri del circondario (come il Coccia di Novara, il Regio di Torino o la Scala di Milano).
Ieri sera, in questo teatro, è andata in scena la prova generale della “Tosca”, con la regia di Ugo De Hana. “Pieno di giovani”, scrive “L’Eco di Bergamo”.
Questo non può che farmi piacere. Dirò tuttavia una cosa.
È davvero così eccitante assistere a una messa in scena della “Tosca”, opera senza dubbio bellissima ma rappresentata già mille e mille volte, trasmessa in televisione eccetera?
D’accordo… probabilmente parlo come un frequentatore abituale di teatri lirici, abituato a vedere questi titoli riproposti fino allo stremo. Ci sono anche spettatori, soprattutto giovani, che la “Tosca” l’hanno vista ieri sera per la prima volta (e anche questo non mi sembra un pensiero tanto incoraggiante).

A me questa monotonia nei calendari dei teatri mette tristezza. Già, qualche giorno fa, in occasione della “Lucia di Lammermoor”, lessi sul programma di sala la frase “È davvero necessaria una nuova edizione di ‘Lucia di Lammermoor’?” e pensai “In effetti questa è una buona domanda.”. È la domanda che mi pongo tutte le volte che vedo il programma di un teatro lirico italiano. C’è davvero bisogno di andarsi a vedere tutti gli anni “La Traviata”, la “Tosca”, il “Rigoletto” e via discorrendo?

Un mio collega che lavora in Germania rispose parzialmente a questo mio dubbio quando mi disse quello che segue:

“Mi spiace dir male dell’Italia ma davvero all’estero è altra cosa. Qui da noi a dicembre hanno fatto ‘La schiuma dei giorni’, un’ opera del 1996 scritta da Edison Denisov, allievo di Shostakovich, praticamente mai vista fuori della Russia. Teatro esaurito e pieno di ragazzi. Per me il frequentatore medio dei teatri italiani vuole sentire Tosche e Traviate per tutta la sua vita. Per come conosco io gli italiani, se gli nomini Shostakovich loro ti rispondono ‘salute’…”

Da questo punto di vista il Teatro Donizetti è già sulla buona strada perché

1) produce ogni anno un paio di opere sconosciute o semisconosciute (quest’anno “Betly” e “Torquato Tasso”).
2) ha dato spazio, episodicamente, a opere inedite.

E in effetti sono stato contento quando negli anni passati ci fu il “Teatro delle Novità” e mi è dispiaciuto non vedere più il progetto in programma quest’anno.
Non possiamo dare la colpa al teatro. Quelle iniziative non andarono benissimo. Ricordo quando un paio di anni fa andai a vedere “La serenata al vento”, opera lirica di Aldo Finzi, scritta quasi un secolo fa ma mai rappresentata prima (per via di certi problemi dell’autore, ebreo, con le leggi razziali). Mi aspettavo (con la mia solita ingenuità) di trovare il teatro pienissimo e gongolavo perché, avendo preso il biglietto con largo anticipo, non avrei avuto problemi a trovare posto, problema che, viceversa, avrebbero avuto tanti spettatori, molti dei quali avrebbero assistito allo show restando in piedi in platea e in galleria… Mi sbagliavo. Il teatro era semideserto.
Lo stesso dicasi per altri spettacoli (la stessa “Betly” rappresentata recentemente al Teatro Sociale non ha fatto proprio il pienone). Sembra che le novità non attirino il pubblico.
Certo, non possiamo dare tutta la colpa neanche al pubblico. È pur vero, infatti, che progetti come questi andrebbero portati avanti in una certa maniera. Se si tratta di mettere in scena quello schifo di “Finta semplice” di Michele Varriale o i polpettoni post-tonali della biennale di Venezia, tanto vale non mettere in scena nulla. E anche sulla “Serenata al vento” si potrebbero avere delle riserve. Di solito non giudico i cantanti quanto la messa in scena nel suo complesso ma per mettere in scena l’opera di Finzi si fece ricorso a certi allievi dell’accademia di Gerusalemme che semplicemente non sapevano cantare. Perché fare una cosa simile con tanti studenti del conservatorio di Bergamo che ucciderebbero per un ingaggio?

Due biglietti della "Tosca" di ieri gentilmente offerti da due spettatori.

Due biglietti della “Tosca” di ieri gentilmente offerti da due spettatori.

A proposito di conservatori e similari collegati ai teatri, vorrei rivelarmi un mio sogno segreto.
Come avrete capito, non mi entusiasma troppo vedere in scena sempre le stesse cose. Beninteso, è bello che ci sia sempre un “Romeo e Giulietta” da vedere ma preferirei vedere cose che non ho mai visto. Il mio sogno, però, è ben più ambizioso (e decisamente più irrealizzabile). Io vorrei che ogni teatro italiano si prendesse l’impegno di mettere in scena ogni anno almeno un’opera nuova.

E non sto parlando di opere di cent’anni fa mai messe in scena per colpa dei fascisti, né di libretti di Goldoni rimusicati che già facevano schifo all’epoca in cui sono stati scritti. Sto parlando proprio di opere nuove, che i teatri dovrebbero produrre con gli stessi criteri adottati per quelle vecchie.
Dopotutto i mezzi ci sono. Ogni teatro ha un direttore di scena, un direttore d’orchestra e, anche se non ha una compagnia stabile, ha un coro ed è in contatto con diversi cantanti.
Tutta questa gente potrebbe mettere in scena un’opera commissionata per l’occasione. A chi? Bèh, sicuramente i compositori non sarebbero difficili da reperire. Dopotutto ci sono un sacco di studenti di composizione nei conservatori. Che senso ha tenerli lì a far niente?

“Ah, marrano!” dirà qualcuno a questo punto “Ma tu dici così perché sei un librettista e vorresti che ti facessero mettere in scena le tue opere di merda (le quali non sono opere bensì DEIMIUSICOL), eh? Ti ho beccato!”.
Ma no… ma no… Cioè, sì, naturalmente se facessero un concorso per scegliere un libretto da rappresentare parteciperei. E naturalmente, se vincesse qualcuno che oggettivamente se lo merita meno di me, mi incazzerei come una bestia. Non è questo il punto, però.
In realtà io penso sì a una produzione nuova come a un’opportunità, ma non solo per i librettisti o i compositori, bensì per tutti.

“Ma ti piace? Non sto solo dicendo se ti piaccio io, voglio sapere se ti piace fare l’amore in quanto tale.”
“L’adoro.”

(preliminari in “1984”)

Tanto per cominciare io stesso, anche se la commissione se la beccasse qualcun altro, potrei imparare dalla sua esperienza. Vedere che combina, come risponde il pubblico. Capire a chi voglio somigliare e da chi voglio dissociarmi.
I conservatori ne gioverebbero perché finalmente si vedrebbero i frutti del loro lavoro. Dopotutto se uno studente studia composizione e dopo tot anni non sa comporre qualcosa che la studia a fare? Per vantarsi con le ragazze di essere diplomato al conservatorio? Ma se è così ricorresse all’escamotage a cui ricorrevo io fino a qualche anno fa, prima di scoprire che il diploma di conservatorio non attirava affatto le ragazze: millantare.
Gli esecutori ne gioverebbero senz’altro perché, a differenza di come fanno solitamente coi mostri sacri, con una partitura inedita potrebbero prendersi molte più libertà, e quindi riscoprire il rapporto tra testo e interprete.
I registi potrebbero curare le messe in scena che stanno loro a cuore senza dover per forza snaturare opere già esistenti.
Anche i compositori ne gioverebbero. Esempio: quando recensii “La macchina”, opera di un giovane compositore andata in scena l’anno scorso al Teatro Sociale, scrissi che quell’opera “non trasmetteva granché”. Qualcuno (presumibilmente uno degli autori o qualcosa del genere perché cosa vuoi che glie ne freghi al resto del mondo di quella recensione?) commentò:

“Penosa recensione e capacità di manipolare le parole (e il senso che a esse usualmente si attribuisce). Uno si aspetta di leggere un minimo di critica ogni tanto, non puerili giudizi di valore. E poi ancora a parlare delle opere che ‘comunicano qualcosa’. Questo modo di fare: bocciato senza appello”

Se si facessero più opere nuove e il successo di queste opere dipendesse dalla risposta del pubblico, un commento imbecille come questo sarebbe impossibile. Il compositore si troverebbe a dover fare i conti con i gusti del pubblico, come hanno fatto tutti i compositori della Storia. E come succede in tutte le forme d’arte rispetto alle quali sembra che l’Opera Lirica rappresenti un’anomalia.
Nel bene e nel male, naturalmente, perché so benissimo che il pubblico non premierebbe necessariamente la qualità. Dopotutto gli spettatori dei cinema non vanno sempre a vedere i film migliori, i lettori non comprano sempre i libri più belli eccetera.
Ad ogni modo non è detto che l’intento di andare incontro ai gusti del pubblico porti a spettacoli più brutti. Si aprirà tra breve la stagione teatrale al Palacreberg e devo dire che c’è dentro molta più cultura che in molte stagioni liriche italiane.
Motivo per cui sinceramente non condivido le paure di chi, di fronte alla prospettiva di una privatizzazione dell’Opera di Roma, esclama “torneremo all’epoca in cui il teatro lo dirigeva l’impresario ricco, che pensava solo al guadagno”.

È bello sognare.

Sogno

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