“Excalibur” il musical – la recensione

Excalibur

Ho intitolato questo articolo “La recensione” per un semplice motivo: quella che state leggendo è la sola e unica recensione attualmente presente sul web di questo spettacolo. “Ovvio” direte voi “è uno spettacolo recente (la prima milanese è stata il 5 aprile), e ancora nessuno se ne è occupato.”. Non ho detto che nessuno se ne è occupato, ho detto che nessuno l’ha recensito. Ho trovato solo articoli che parlano dello spettacolo e lo pubblicizzano, anche su siti specialistici. Molto male. Ma non è colpa della produzione. Semmai è colpa dei vari “giornalisti” che non hanno voglia di scrivere vere recensioni e preferiscono copiaincollare le poche righe messe a disposizione dall’ufficio stampa.

Lo spettacolo porta in scena una delle storie più fantastiche e avvincenti di tutti i tempi, tra maghi e streghe, amori e filtri magici, eroici cavalieri, belle dame e insidiosi tradimenti.
“Excalibur” rappresenta un modello di teatro musicale sui generis, condividendo dal musical alcuni aspetti, ma ereditandone altri dalla commedia musicale italiana e importandone altri ancora dal cinema. È uno spettacolo che propone un modello innovativo di scrittura drammaturgica e musicale che si riflette nei contenuti. La saga di Merlino e Artù, infatti, può essere interpretata come favola per i più piccoli, ma conserva temi forti relativi all’esistenza umana che coinvolgono sia i giovani sia gli adulti.

Se anche voi, come me, da queste poche righe non riuscite a capire se e perché vale la pena spendere trenta euro per vedere questo spettacolo, che aspettate? Immergetevi nella recensione di “Excalibur”!

    Comincerei dicendo che la scelta del soggetto mi piace. Né troppo originale né troppo poco. L’idea di prendere spunto dal ciclo arturiano per uno spettacolo musicale, infatti, era nell’aria già da parecchio tempo. Vari spettacoli con soggetti simili erano stati annunciati, qualcuno era anche andato in scena al livello locale e io stesso avevo pensato di scriverne uno.
Quello che porta tanti autori a scegliere soggetti del genere credo sia la possibilità di offrire al pubblico quell’intrattenimento leggero oggi assai richiesto (fatto di maghi, cavalieri, damigelle e altre fantasticherie) che poggia però sulle basi solidissime di una tradizione centenaria.

    Veniamo allo spettacolo (scritto da Mario Restagno con le musiche di Giovanni Maria Lori).
La trama è semplice: il mago Myrrid (Merlino) è il maestro di Artù, un ragazzino ignorante che vuole diventare un cavaliere. Questo ragazzo è “il predestinato”, ovvero il solo che, secondo una profezia, sarà in grado di estrarre la magica spada Excalibur dalla roccia in cui è imprigionata diventando così re del nascente regno di Britannia.

    Se qualcuno si aspetta uno spettacolo grosso, rimarrà deluso. La scena, a parte gli ultimi dieci minuti, si svolge tutta in una sola stanza, l’alloggio di Merlino, dove il mago racconta la storia al pubblico e ai personaggi che lo visitano uno dopo l’altro, in genere presentandosi al loro ingresso. Non so se avete presente quello sketch de “La Smorfia” in cui c’è Troisi che parla col pubblico e Lello Arena che lo interrompe ogni tanto al grido di “Annunciazione! Annunciazione!”. Qui il meccanismo è un po’ lo stesso.

Annunciazione! Annunciazione! Tu, Mari’, Mari’, fai il figlio di Salvatore. Gabriele ti ha dato la buona notizia. Annunciazione! Annunciazione!

Annunciazione! Annunciazione! Tu, Mari’, Mari’, fai il figlio di Salvatore. Gabriele ti ha dato la buona notizia. Annunciazione! Annunciazione!

    Una drammaturgia un po’ statica per uno spettacolo che afferma di “istruire senza annoiare”. “Excalibur” si presenta come una storia fantasiosa di “maghi e streghe, amori e filtri magici, eroici cavalieri, belle dame e insidiosi tradimenti”. In realtà è una sit-com basata su quattro personaggi (Merlino, Artù, Ginevra e Morgana) che interagiscono tra loro. Questo, di per sé, non è un problema, ma l’importante è saperlo.
   Non è un problema perché molti spettacoli si basano su un canovaccio anche più striminzito di questo. Anzi, per esempio “La spada nella roccia” della Disney si basa sullo stesso identico copione (ragazzino povero incontra grande mago e scopre di essere più di quello che crede).
Solo che “La spada nella roccia”, conscio del fatto di non avere una trama troppo arzigogolata, evita di lasciare i personaggi chiusi per due ore nella stessa stanza e costruisce su questa trama situazioni interessanti. “Excalibur”, invece, è tutto raccontato, anche se c’è molto poco da raccontare.
E dico che c’è molto poco da raccontare perché, per quanto mi piacciano le storie del ciclo arturiano, mentre sto guardando una sit-com su Merlino, Artù, Ginevra e Morgana non me ne frega niente se Artù è figlio di Pendragon o di quale siano i trascorsi rapporti del cattivo di turno con uno dei buoni. Per fichi che siano i retroscena, è il qui e ora quello che conta. I retroscena, al massimo, si sarebbero potuti liquidare con degli accenni più sbrigativi (e a mio avviso anche più evocativi) come “Conoscevo tuo padre, Artù!” o “Morgana! Ci incontriamo di nuovo!”.
    C’è un momento, nello spettacolo, in cui questo mi auspicio si realizza. Ginevra chiede a Merlino “Che cosa ho fatto?” e Merlino le risponde “Tu niente… ancora.”. Suppongo sia un riferimento al fatto che in futuro Ginevra la sua buona parte di danni la farà (la storia di Lancillotto che conosciamo tutti). È molto più piacevole sentire un riferimento del genere piuttosto che sentire l’ennesimo spiegone di Merlino del tipo “Ho visto nel futuro che un giorno sarai infedele bla bla…” che non avrebbe aggiunto nulla alla storia.

    Se state pensando che questi problemi me li faccia solo io, vi porto l’esempio di una frugoletta seduta vicino a me a teatro che continuava a chiedere alla mamma: “Ma quella [Morgana] è la strega? Quella [Ginevra] è la principessa?”. E aveva ragione, bella di zio; al di là dei nomi che vuoi dargli, i personaggi sono issa (Ginevra), isso (Artù), ‘o malamente (Morgana) e il guappo che aiuta i due innamorati (Merlino). Ripeto: questo non è un problema, ma, proprio perché non è un problema, perché nasconderlo? Perché indugiare tanto sul background di personaggi che sono epici già di loro (in quanto appartenenti a una tradizione epica)?

    Pur con la loro staticità, i momenti di prosa sono godibili. I personaggi sono ben caratterizzati e il ritmo (anche se troppo tempo viene impiegato per pontificare sopra i Massimi Sistemi, togliendo spazio all’azione) è buono. Il vero punto debole di “Excalibur” è la parte musicale.
    Una cosa di cui spesso si lamentano quelli che odiano i musical è che non capiscano come mai in questi spettacoli ogni tanto qualcuno cominci a cantare di punto in bianco. Questo, che in mancanza d’altro potremmo definire “Effetto ‘Oh no! Ora ricominciano a cantare!’” è molto presente in “Excalibur”. Ci saranno sì e no due o tre canzoni e balletti effettivamente funzionali allo spettacolo. Gli altri servono solo a rallentare l’azione scenica.
Per esempio, è così interessante assistere a un numero musicale in cui Merlino che mette in ordine la propria stanza stregando un gruppo di servette? Alla decima canzone che Ginevra canta per spiegare di essere innamorata di Artù, non viene voglia di premere il tasto “Avanti veloce”? E perché Morgana comincia a cantare del suo passato insieme a Merlino ogni volta che qualcuno lo nomina?
Ancora una volta, una tale mancanza di sostegno poterebbe essere perdonabile se poi queste canzoni fossero bellissime, ma non lo sono.
Insomma, se si tagliassero la metà dei numeri musicali, lo show ne guadagnerebbe.

    Altra cosa che rallenta lo spettacolo sono le citazioni.
L’autore di “Excalibur” ha la mania delle citazioni, che, peraltro, dal momento che Merlino conosce il futuro, sono in genere anacronistiche.
Come le canzoni, però, queste citazioni sembrano essere messe un po’ a caso. Al di là della loro natura di citazione, non hanno altra funzione se non quella di interrompere la sospensione dell’incredulità. Le citazioni in “Excalibur” sono come le citazioni che postano i ragazzini sui social network. Sono lì perché sono carine, non perché c’entrino qualcosa col discorso.

Una citazione figa che potreste pubblicare sul vostro profilo di facebook.

Una citazione figa che potreste pubblicare sul vostro profilo di facebook.

In conclusione, vale la pena di spendere questi 30€ per vedere questo spettacolo?

    30 forse. 60 non credo. Nel senso che non ci tornerei dopo averlo visto una volta e non ci porterei la mia fidanzata.
In realtà “Excalibur”, secondo me, ha un buon potenziale. Il suo problema è che prova a andare un po’ dappertutto senza andare da nessuna parte. Prova la strada dell’epopea ma non coinvolge, prova la strada della rivista ma non è abbastanza spigliato, prova quella dello spettacolo fantasy ma manca di sense-of-wonder. Forse per questo motivo qualcuno penserà anche che sia uno spettacolo sui generis, ma non è così. È uno spettacolo che cerca di accontentare troppe persone e non accontenta nessuno. Sarebbe molto più piacevole assistere a una rivista fatta come si deve, e questo significa tagliare tutte le seghe mentali dei personaggi e i flashback di cui non ce ne po’ frega’ de meno, curare maggiormente la parte delle canzoni e rimpolpare un po’ la parte umoristica (perché, sinceramente, il massimo dell’umorismo in “Excalibur” è un tizio che esce di scena ballando il moonwalking). Oppure gli autori potrebbero scegliere di raccontare come si deve un’avventura, ma a quel punto non si possono più lasciare i personaggi chiusi in una cameretta per due ore.
    Personalmente credo che l’opzione “rivista” sia molto più nelle corde degli autori. Del resto “Excalibur” nasce per presentare il lavoro della scuola di formazione attori “Accademia dello Spettacolo”.

Esempio di spettacolo sui generis.

Esempio di spettacolo sui generis.

    In genere non parlo degli interpreti, perché mi interessa di più lo spettacolo in sé, ma qui, dato che parliamo della produzione di una scuola, la situazione lo richiede. Devo dire che ho visto delle belle interpretazioni, sia per quel che riguarda la recitazione sia, inaspettatamente, per quel che riguarda il canto. È vero che le canzoni non sono difficilissime, ma ho trovato delle voci che non mi aspettavo.
Non si può non fare un accenno a Gipeto che, impegnato nel ruolo di Myrrid, tiene sulle sue spalle tutto il peso dello spettacolo. Ma anche gli altri attori e il corpo di ballo mostrano di aver lavorato molto per sostenere questi ruoli. Come “promo” dell’Accademia dello Spettacolo, quindi direi che lo spettacolo funziona, nel senso che non so molto più di quello che sapete voi su questa scuola (e quindi prendete quello che sto per dire con le pinze) ma, se dovessi giudicarla solo da “Excalibur”, direi che offre una buona preparazione.

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