Donizetti Revolution? Parliamone…

Donizetti Revolution

Ieri sera all’interno della “Domus Magna” di Bergamo è andata in scena “Donizetti Alive”, nuova opera commissionata per i 750 anni della fondazione MIA con libretto di Julio Carcìa-Clavijo, Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi e musica di Pasquale Corrado.
Si trattava fondamentalmente di una sorta di via crucis nella quale lo spettatore veniva guidato da attori dai costumi più o meno sfarzosi in varie stanze, e in ognuna di esse veniva rappresentata una scena diversa. In una si brinda al giovane Donizetti, in un’altra la moglie del compositore si dimena su un letto interpretando le donne protagoniste delle opere del marito, in una terza Donizetti scopre di avere la sifilide, in una c’è un rumorista che rumoreggia tra due pianoforti impacchettati avvolto in una nuvola di fumo e via discorrendo. Il tutto tra citazioni donizettiane riprese (citando il compositore) “a volte in maniera fedele, altre distorta, creando perturbazioni” in quanto “il confronto produce corti circuiti musicali, tra l’aspettativa del testo noto e il disorientamento per la situazione anomala”.

Se volete saperne di più date un’occhiata a questo articolo, che descrive il percorso in maniera piuttosto fedele.

Per me questa serata è stata il primo assaggio della gestione di Francesco Micheli, nuovo direttore del Bergamo Musica Festival subentrato di recente a Francesco Bellotto.
Il giovane regista ha messo in chiaro fin da subito che la sua sarà una gestione rivoluzionaria, volta a portare nuovi spettatori all’Opera ed uscire finalmente dalla crisi che attanaglia questo genere teatrale. Emblematico il nome scelto per questa stagione 2015: “Donizetti Revolution”.
A questo scopo sono stati organizzati diversi eventi come il già citato “Donizetti Alive”, una rassegna che mette insieme Lirica e Prosa dal nome “Donizetti, Shakespeare & Friends”, aperitivi musicali, reading e altre “iniziative pensate per far dialogare l’opera e il pubblico attraverso forme nuove e sperimentali” (come ha scritto a suo tempo “GBOpera”).

Di queste “forme nuove e sperimentali” si è parlato tantissimo negli ultimi anni, al punto che per certi versi si è venuto a formare un divario incolmabile tra i fautori di queste e i tradizionalisti.
Tuttavia la dichiarazione di intenti di Micheli mi sembra genuina e quindi voglio rivolgermi a lui e a quelli che puntano su eventi come il “Donizetti Alive” per avvicinare il pubblico all’Opera con la massima pacatezza, senza nessunissimo intento polemico, e dir loro una cosa:

non è quello il problema.

Se il settore Opera è in crisi il problema non è la mancanza di aperitivi musicali. Io non ho mai sentito nessuno lamentarsi perché all’interno di una stagione lirica non si fanno abbastanza mix tra prosa e teatro musicale. Non ho mai sentito nessuno dire “Che brutto quello spettacolo! Però se per vederlo tutto ci fossimo dovuti spostare dieci volte in dieci stanze diverse sarebbe stato molto più bello.”. Ho sentito piuttosto persone lamentarsi per i cast vocali inadeguati, per le regie poco interessanti, per la povertà dell’offerta di certi teatri o per l’incapacità dei nuovi autori di concepire idee originali.
In effetti più che andare in brodo di giuggiole al pensiero del “Donizetti, Shakespeare and friends” mi preoccupa la lista dei titoli scelti per la stagione lirica, tutti abbastanza banali. Si partirà infatti col “Don Pasquale”, dopodiché vedremo “Le nozze di Figaro”, “Anna Bolena” e “La scala di seta”.
Durante il regno di Bellotto saranno anche successe cose irripetibili ma è stato anche possibile per molti ignoranti come me vedere opere per noi sconosciute come “Gemma di Vergy”, “Maria di Rohan”, “Belisario” e tante altre. Guardando indietro credo che assistere ogni anno a un’opera di Gaetano Donizetti che non sia il “Don Pasquale” o “L’elisir d’amore” mi abbia permesso di conoscere meglio il lavoro del compositore bergamasco, il che dovrebbe essere lo scopo di una fondazione che porta il suo nome.
Sono queste le cose su cui lavorare. Non serve mettere in piedi una decina di istallazioni nella Domus Magna o fare esibire gli attori in delle interazioni con gli spettatori imbarazzanti per gli uni quanto per gli altri.
Anche perché – diciamola tutta – io personalmente non ho nulla contro le istallazioni ma i pianoforti impacchettati, i fogli sparpagliati per terra, i caleidoscopi proiettati sul muro… non sono cose particolarmente originali.
Per quanto riguarda poi la promozione, signor direttore, mi permetta di dirle sempre senza alcun intento polemico che quei titoli in inglese stampati su dei cartelloni fluo suonano semplicemente come qualcosa di vecchio che tenta di sembrare giovane fallendo miseramente. Anzi, già che ci troviamo a parlare di strategie di comunicazione faccio presente che per me che mi stavo recando a vedere quest’opera insieme a un amico trovare il luogo dove l’avrebbero rappresentata è stata un impresa, visto che nessuno dei passanti lì intorno ne sapeva nulla.

Io sinceramente penso che la Lirica la capacità di affascinare il pubblico senza ricorrere a certi mezzucci ce l’abbia.
Non lo dico io, lo dicono i fatti. Basta guardare alle ultime stagioni liriche donizettiane per rendersene conto: l’anno scorso è andato in scena il “Torquato Tasso” ed è stato un trionfo, l’anno prima ancora “Il furioso all’isola di Santo Domingo” ha richiamato melomani da tutto lo stivale. Nessun titolo anglocafone, nessun happening, nessun flash mob… solo dei titoli originali e interessanti, ben suonati, ben cantati e ben recitati, con delle regie ben fatte (anzi, nel caso del “Torquato Tasso” la regia non era manco chissà cosa). Tanto è bastato per far uscire il pubblico dal teatro con la voglia di tornarci.
Cerchiamo di ripartire da questi progetti e mettiamo da parte certi giochi da bambini che servono solo a buttare via dei soldi.

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