Don Gherardo racconta il “Torquato Tasso” di Bergamo: intervista a Marzio Giossi

Marzio Giossi

(Immagine presa da http://www.marziogiossi.com/)

Nel cast del “Torquato Tasso” andato in scena pochi giorni fa al Teatro Donizetti di Bergamo anche il baritono Marzio Giossi, bergamasco di nascita e di formazione.
L’ho incontrato in camerino poco prima dello spettacolo. Ecco cosa ci siamo detti.

Il “Torquato Tasso” non è uno spettacolo di repertorio, tanto che nel secolo scorso è stato rappresentato una sola volta (nel 1986). A me personalmente fa molto piacere che si punti su queste opere poco note. Tu cosa ne pensi e come ti trovi a cantare una partitura del genere?

Non sono nuovo a queste scoperte. Nel 2010 ho cantato ad esempio “La Marescialla d’Ancre” di Alessandro Nini. Anche in quel caso si trattava di un manoscritto che tornava in vita dopo secoli di oblio. Vanno lodati questi esperimenti di riesumazione di spartiti, perché questo è davvero un modo per rinnovare il teatro. Presentare titoli nuovi e non dissacrare l’ambientazione delle vecchie opere. Snaturare le opere, è come fare i baffi alla Gioconda: non significa rinnovarle.
E poi riesumare queste opere aiuta anche a renderei conto di quale sia il percorso di un musicista, capire cosa ha fatto per arrivare a scrivere i capolavori che conoscono tutti.
Prendo sempre questi progetti con molto entusiasmo, e propongo anche una certa chiave di lettura a quelli con cui lavoro, perché ci sono pochi riferimenti a cui appigliarsi rispetto alle opere di repertorio.

Questo per te è un vantaggio o uno svantaggio?

È un vantaggio/svantaggio. Tanto più che ci sono compositori, come Puccini, che scrivono in modo molto vincolante per gli interpreti. In un caso come questo, invece, siamo più liberi.

Nel “Torquato Tasso” ci sono molti ruoli importanti e per questa produzione è stato messo insieme un grande cast. Per un interprete questo significa meno visibilità ma anche la possibilità di lavorare con dei professionisti (con molti dei quali, peraltro, tu hai già lavorato altre volte) di alto livello. Come ti sei trovato?

Sono stato poco attento, onestamente, al ruolo degli altri perché avevo così tante difficoltà per il mio… devo dire, però, che ognuno dei ruoli principali – soprattutto il tenore (come sai quest’opera fu cantata anche da Giovan Battista Rubini, un tenore che ha fatto la storia del nostro teatro) – ha dei momenti veramente molto intensi.
Ad ogni modo mi sono trovato molto bene con tutti, in particolare con il regista (con il quale ho già lavorato per la “Maria Stuarda”) e col direttore d’orchestra, che secondo me è veramente straordinario. Come hai detto ho già lavorato con molti membri del cast: con Misseri ho fatto un “Elisir d’amore” e un altro “Elisir” l’ho fatto con Sagona, con Annunziata Vestri una “Madame Butterfly”. L’unico con cui non ho mai fatto nulla credo sia il baritono anche perché, come sai, è raro che due baritoni si trovino a cantare insieme.

Parliamo del tuo personaggio. Tu sei un verdiano di ferro. Come ti sei trovato a dover affrontare un ruolo del genere?

Del “Torquato Tasso” ricordo l’edizione dell’86 per averla vista a teatro. Quando mi è stato proposto il ruolo di Gherardo sono andato a documentarmi per rinfrescarmi la memoria e mi sono fatto mandare lo spartito (il setticlavio, perché ancora non c’era l’edizione critica) dal direttore artistico Bellotto. Ho in mano la partitura da 6 mesi circa.
Come hai ricordato io sono un verdiano, e soprattutto un belcantista. Il ruolo di Gherardo è scritto per basso buffo e questo ha fatto nascere in me molte perplessità. Non pensavo di esaudire tutte le sfaccettature del personaggio.
Ci ho lavorato su molto perché è un ruolo molto difficile, soprattutto per via di tutte le parole che deve cantare il personaggio. È una scrittura quasi rossiniana e io di Rossini ho affrontato solo il Figaro del “Barbiere di Siviglia” e studiai qualche pagina del “Guglielmo Tell” molti anni fa. Non mi sono mai trovato alle prese con questi sillabati.
Come affrontare il ruolo, quindi? Ho voluto dare al personaggio una lettura diversa, con la collaborazione del maestro Bertolani. Mi sono ispirato a Paolo del “Simon Boccanegra”, di cui per me Gherardo è una sorta di precursore. Umorismo nero, insomma.

Si parla sempre di crisi del teatro lirico e sembra che ogni anno le cose vadano peggio. Tu che quest’anno festeggi trent’anni di carriera cosa ne pensi? Questo è davvero il momento peggiore della storia dell’Opera in Italia?

Il momento peggiore no. Qualche problema dal punto di vista economico c’è ma il teatro lirico è un patrimonio italiano che secondo me non morirà mai.
Però devo dire che all’inizio della mia carriera, come giovane, avevo modo di imparare l’arte del canto e della recitazione, o di affinarla. Io a ventun’anni ero sul palcoscenico del Teatro Regio con Kraus e Serra a fare “Lucia di Lammermoor”. E da queste persone si imparava molto. Devo dire che oggi i molti giovani che sento hanno sì le qualità ma sono sprovvisti di idee, si aspettano sempre un’imbeccata dal maestro o dal regista, per sapere cosa devono fare in un determinato momento. Una volta si diceva che il canto lirico era un lavoro da pochi, che faceva solo chi aveva il cosiddetto “fuoco sacro”, oggi sembra che sia un lavoro da tutti. E il pubblico si accontenta, temo.

(foto di Leone Facoetti)

(foto di Leone Facoetti)

Tu hai avuto modo di sentire molti giovani cantanti, essendo direttore artistico del concorso Giovan Battista Rubini…

Sì, insieme al comune di Romano di Lombardia, luogo di nascita del grande tenore, abbiamo indetto questo concorso. In questa sua prima edizione ha avuto 140 iscritti (nulla da invidiare al concorso “Voci Verdiane” di Busseto, che è molto più antico) e con alcuni dei partecipanti abbiamo messo in scena l’“Elisir d’amore” (molti mi hanno suggerito di fare “La Bohème” ma io penso che non si debbano mai mettere in scena opere troppo difficoltose per i ragazzi).
E, appunto, vedi spesso questi ragazzi che pendono dalle labbra dell’insegnante. Naturalmente anch’io ho avuto vent’anni e i miei insegnanti mi dicevano cosa fare, ma non c’era bisogno di farmi capire l’ABC del mestiere; arrivavo già preparato e avevo già bene in testa quello che volevo fare. Va anche detto che oggi c’è una confusione spaventosa riguardo alla tecnica.

Cosa pensi che abbia da offrire il “Torquato Tasso” al pubblico del Donizetti?

Dal punto di vista musicale ha tutti requisiti per piacere. Credo si stia presentando un’opera davvero molto completa. Arie, cabalette, acuti… c’è tutto quello che il pubblico si aspetta. Si tratta di un’opera che migliora pagina dopo pagina; l’ultimo atto, che è tutto in mano al baritono, è una cosa meravigliosa. Devo aggiungere, tra l’altro, che quella che stiamo per mettere in scena è la versione integrale del “Torquato Tasso”, non ci sono tagli.
Poi penso che il pubblico apprezzi la novità. Ieri sono andato a vedere la “Betly” e i commenti positivi che ho sentito riguardavano proprio per la riesumazione dello spartito. Gli applausi finali sono stati davvero scroscianti.

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