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Da Jordi Savall a Angelo Branduardi passando per Roberto Gini e Bianca Pitzorno

In: Classica

11 Aug 2017

Risale a un paio di settimane fa la querelle tra Roberto Gini e Jordi Savall in merito allo stato attuale della musica antica. Qualcuno penserà che sia troppo tardi per pubblicare un articolo in merito ma, come si dice in questi casi, “posso farlo in fretta oppure posso farlo bene”.

Riassunto delle puntate precedenti, per chi se le fosse perse: il violoncellista catalano Jordi Savall ha rilasciato un’intervista per lanciare alcuni imminenti concerti. Ne riporto un estratto.

In questo momento nel mondo classico non c’è più creatività. Ci sono grandi interpreti, grandi compositori, ma non sanno creare, improvvisare. Prevale la routine, una certa ritualità formale. Quando Federico di Prussia ha dato a Bach il tema dell’Offerta musicale, lui ha improvvisato con una ricchezza che troviamo solo in parte nella partitura scritta.

Queste righe non sono piaciute al suo collega e ex-allievo Roberto Gini che, incazzato come un dromedario quand’è incazzato, ha risposto con un lungo post di cui riporto solo alcuni estratti.

“Grandi interpreti […] ma incapaci di improvvisare” lo dici tu che hai falsificato per decenni il repertorio proponendo al pubblico e alle giovani generazioni dei menu dai titoli esotici, in cui lo chef condisce piatti sempre uguali ma abbondantemente speziati per far credere che siano ricette autentiche, in nome di una vantata diffusione della cultura musicale fondata sulla finzione, sul commercio? […] Hai suonato senza curarti minimamente degli strumenti che usavi, ignaro del fatto che la tua statura artistica fosse un punto di riferimento per tanti che sono cresciuti alla tua ombra, diventando più che altro dei pasticcioni scimmiottando quello che proprio tu mostravi loro. Hai costruito un repertorio inesistente, diventato talmente paradossale da essere probabilmente creduto autentico perfino da te stesso. Hai smesso di studiare lo strumento che in un passato lontano suonavi splendidamente per adattarti ad una approssimazione indegna della prosopopea che ti sovrasta; hai costruito il redditizio personaggio che sei, che come una specie di profeta si aggira negli ambienti accademici in cui bocche spalancate attendono delle verità che in buona parte sono arte del teatro d’improvvisazione. […] Caro Jordi, “il significato e il valore della musica classica sono in declino” anche grazie al tuo contributo, alle truffaldine Follie che pasticci da anni sempre peggio, alle tue Tarantelle, alle nacchere con cui accompagni la musica di Marais, alla tua Barak Norman a sette corde con cui suoni Ortiz accompagnato da ogni strumento possibile fuorché il richiesto dall’autore, alla viola italiana a sei corde amplificata con cui al contrario hai suonato musica francese a Bologna, alle tue insalate miste di programmi da profumeria di grande magazzino, alla tua approssimazione, alla faccia tosta con cui sai imbonire il pubblico vendendo prodotti commerciali talmente ripieni di ogni diversità che ciascuno vi riconosce qualcosa e ha l’illusione di aver partecipato, comprendendolo, di un evento musicale imperdibile. Sei un Dulcamara alla stregua di Giovanni Allevi, con la differenza che tu di talento ne hai da vendere, mentre lui no. E infatti l’hai saputo vendere a peso d’oro il talento.

Gini è poi tornato sull’argomento con altri due post. Uno in cui precisava che il suo non voleva essere un attacco personale a Savall, del quale ovviamente non potrebbe fregarmene di meno (perché spero che le brave persone che leggono OMC ci arrivino da sole a capire la differenza tra un attacco personale e un’aspra critica a un collega, ma soprattutto perché credo che a nessuna di loro cambierebbe qualcosa se a Gini stesse davvero sulle palle Savall), un altro in cui approfondiva la questione aperta nel primo. Di quest’ultimo riporto alcuni estratti.

Parlando di viola da gamba, per me la questione non sta nell’usare una viola da gamba inappropriata nei concerti o nelle registrazioni, bensì nel fatto che le scelte di un determinato strumento per un violista sono primarie. Ad esempio, la viola italiana cinquecentesca non ha nulla a che vedere con la viola francese settecentesca; si assomigliano vagamente ma sono strumenti diversi. Tra Ganassi e Forqueray corrono infatti due secoli. Un liutista credo che resterebbe molto perplesso vedendo Hopkinson Smith, il mostro sacro del liuto, usare un arciliuto barocco per suonare Francesco da Milano. Ma – ripeto – non si tratta di sofismi bensì dell’essenza, del significato autentico di tutta la ricerca che si è sviluppata sotto il nome di “Early Music” revival. A cosa sarebbe servito allora tutto questo studio, tutta questa ricerca tanto appassionante quanto faticosa? […] Vengono citate le belle registrazioni di Couperin, di Marais, di Beethoven realizzate da Jordi. Quella è la musica a cui lui come artista avrebbe potuto dedicare la sua carriera, non invece un percorso puramente commerciale travestito da ideali di dialogo oriente-occidente e di decine di altre invenzioni in cui risuona qualcosa di posticcio in ogni frase di quelle interviste. Sono prodotti commerciali: sono i prodotti commerciali che vengono richiesti – o che si sa che piacciono – e sui quali un genio dell’intraprendenza, come lui è, ha capito che può facilmente far presa sul pubblico in ultimo, sugli organizzatori e sui direttori artistici in primo luogo. […] La scelta si divide in carriera e denaro da una parte; etica e assai minor presenza mediatica (mercato) dall’altra. […] Pochissimi – nella musica antica – hanno perseguito la ricerca autentica in ogni sua sfumatura durante tutta la loro vita artistica: ricerca timbrica, espressiva, la scoperta con gli anni del probabile significato delle note che si suonano. Io mi riconosco in questi (non potrei insegnare se così non fosse) e rivendico il diritto di criticare con ferocia delle affermazioni – come quelle dell’intervista messa sotto accusa – che anche se indirettamente sento lesive o comunque molto riduttive del mio percorso intellettuale. Non abbiamo bisogno di nacchere e tamburi battuti da pittoreschi personaggi per accattivarci il pubblico. Cerchiamo la “normalità” del linguaggio musicale evocato dagli strumenti per i quali è stato pensato. Vogliamo suonare la musica che riteniamo bella e significativa per quello che è, senza edulcorazioni ed esotismi che la snaturino. Soprattutto cerchiamo di suonare musica autentica. Tutto qua. Ma non sempre possiamo: il nostro modo di suonare e di cantare è giudicato povero, asciutto, lento, privo dell’accattivante, del “mediterraneo” che la massa cerca di riconoscere nella musica di Monteverdi (un lombardo che il Mediterraneo non l’ha mai visto in vita sua e che di mediterraneo non ha nulla) o di Frescobaldi (nato nelle nebbie di Ferrara ed emigrato a Roma). Ma è l’Italia della cartolina quella che piace: quella della pizza-Vesuvio-gondola-basilico- profumo di limoni a piacere molto.
Non c’è: e allora la si crea, così come si costruiscono altre cartoline. […]

In un commento che ho letto in una condivisione si è posto un accento giusto. Jordi Savall ha tutto il diritto di proporre ciò che vuole e ciò in cui crede: i suoi programmi “fusion” i suoi “viaggi musicali”. Ma deve essere chiaro su cosa propone. Deve avere la chiarezza di citare esattamente l’origine delle musiche, di dire in tutta tranquillità (e nessuno lo criticherebbe mai per questo) che propone delle elaborazioni, delle sue improvvisazioni, dei suoi personalissimi adattamenti, delle sue trascrizioni, delle sue creazioni personali sulla base di questa o di quella tradizione. Non “musica antica”, perché semplicemente non lo è. È qualcosa: ma è quel prodotto che quando lo si ascolta non si sa in realtà cosa si stia ascoltando. Però piace, e a quanto pare è ciò che basta.

Testa viola

Tutta la questione è parecchio interessante. Quello della musica antica è un campo ancora parzialmente inesplorato, e questo lo rende molto attraente per i vari outsider. Diventa pertanto necessario capire quanto la filologia sia possibile, giusta e necessaria, e in che modo perseguirla.

Precisiamo innanzitutto che un’esecuzione non sarà mai filologica al 100%, nel senso che per quanto si possano riprendere gli stilemi di un determinato periodo la risposta del pubblico non potrà mai essere la stessa.
Ricordo per esempio una passione giullaresca a cui assistetti qualche anno fa eseguita ad imitazione di una del XII secolo. A interpretarla c’erano i solisti di Micrologus e Lucilla Galeazzi, pertanto il livello era alto. Nonostante questo prima che iniziasse la cerimonia un presentatore dovette raccomandare al pubblico di non applaudire perché quello che stavano per vedere non era uno spettacolo. Il pubblico non gli diede ascolto e alla fine proruppe in un applauso spontaneo e genuino, il che tutto sommato è anche un bene. Non si può imporre una prassi esecutiva, come imparò a sue spese l’anno scorso quel direttore d’orchestra che, indispettito perché gli spettatori si stavano alzando durante i titoli di coda di un film per bambini con colonna sonora eseguita dal vivo, si voltò verso il pubblico e dichiarò: “Comunque Babbo Natale non esiste”.
O meglio, una prassi esecutiva si potrebbe anche imporre, ma nel migliore dei casi diventerà una rievocazione storica, come quelle che fanno in America sulla loro guerra di indipendenza (e su cui gli americani stessi ironizzano per quanto sono surreali). Utile e interessante dal punto di vista dello studio, meno da quello dell’arte vera e propria.

Parlando dell’esecuzione dal punto di vista tecnico, ha ragione chi afferma che “Jordi Savall ha tutto il diritto di proporre ciò che vuole e ciò in cui crede”.
In effetti questa querelle mi ricorda un po’ lo scandalo nato un paio di anni fa perché una casa editrice aveva deciso di pubblicare delle versioni ridotte di alcuni romanzi di successo (i “libri distillati”, non so quanti di voi se li ricordino). Una scelta che portò a una serie di critiche furibonde, alcune anche molto autorevoli, ad esempio quella di Bianca Pitzorno. Critiche stupide, a parer mio, perché trovo siano figlie di una mentalità legata più al rituale della lettura che alla lettura stessa.
Qualcuno disse che si stava “snaturando l’opera”, altri che si stavano “tradendo gli autori”. A parte il fatto che mi risulta difficile credere che la letteratura non possa resistere a degli interventi dovuti a questioni di spazio e di tempo quando ogni altra forma d’arte ci riesce benissimo (ogni film che vediamo al cinema viene tagliato in fase di montaggio, tagli vengono effettuati nelle opere liriche e nei musical, qualcosa di analogo succede coi quadri: la “Ronda di notte” di Rembrandt venne tagliuzzata perché sennò non ci stava sulla parete del municipio di Amsterdam). In ogni caso… anche se così fosse? Se funziona, che problema c’è? Forse il fatto che Bianca Pitzorno potrebbe rimanerci male? E chissene!
Intendiamoci, io non voglio che gli autori ci rimangano male dopo essere stati tagliati. Se è così, fanno bene a dirlo. Quando Tarkovskij vide proiettare il suo capolavoro “Solaris” senza i primi quaranta minuti alla Mostra del Cinema di Venezia, si dissociò, affermando che quello non era il suo film. Chiese anche di rimuovere il suo nome dai titoli di testa ma non venne accontentato, e fu un sopruso bello e buono. Ma nel momento in cui leggo o guardo un film il mio primo, secondo, terzo, quarto e quinto pensiero è di trarre giovamento dalla fruizione dell’opera. A un lettore interessa leggere, non compiacere un autore.

Dopo tutti questi discorsi immagino che vi aspetterete di vedermi prendere le parti di Savall, giusto? E invece no. La questione è un attimino più complessa. La domanda da porsi è: entro quali limiti un autore può parlare di originalità o di non originalità del proprio prodotto?
Prendete per esempio Angelo Branduardi. Lui è un artista che è sempre stato accusato del contrario, ovvero di spacciare brani altrui per creazioni proprie. Questo perché quando scrive una canzone, nel 99% dei casi, parte da brani folcloristici che rielabora come pare a lui. Anche nel suo caso c’è gente che, come Gini, dice: “fa bene a farlo se il risultato è bello ma dovrebbe farlo dichiaratamente”.
È una questione che risale ai tempi di Handel: il caro sassone derivò molte sue celebri melodie da lavori altrui, rielaborandole fino a trasformarle in qualcosa di completamente diverso. “Qualcosa di completamente diverso”, appunto, praticamente prodotti originali. Per questo motivo mi sento di quotare Winton Dean che chiuse il dibattito con queste parole: “la ‘questione morale’ dei prestiti handeliani avrebbe una portata significativa qualora si dimostrasse che la reputazione di Handel dipende da quel ch’egli ha preso agli altri il che, palesemente, non è”. Su Branduardi si potrebbe fare lo stesso discorso, e anche su molti altri artisti come lui.
È un po’ come quando un bambino crede, ingenuamente, che “Biancaneve” l’abbia scritta Walt Disney e qualcuno lo corregge dicendogli che l’hanno scritta i fratelli Grimm. Il fatto è che non l’hanno scritta nemmeno i fratelli Grimm, è una fiaba della tradizione e se loro vengono identificati convenzionalmente come autori è perché la loro versione corrisponde a una cristallizzazione del materiale popolare che non è stata culturalmente meno rilevante di quella della Disney. In questo senso non sarebbe per nulla insensato parlare di “Biancaneve” come di una favola di Walt Disney.

Quando un tizio racconta la storia di Biancaneve a un bambino, non dovrebbe nemmeno nominarli i fratelli Grimm, né Walt Disney o la narrativa popolare. Sono questioni che possono tranquillamente restare nel backstage. Del resto non credo che gli sceneggiatori della Disney, Handel o Branduardi siano tanto poveri di risorse da non riuscire a concepire qualcosa di originale senza bisogno di ricorrere a prestiti e autoimprestiti. Se lo fanno è perché hanno bisogno di quel materiale per portare avanti un proprio discorso creativo. È lo stesso motivo per cui tale materiale viene rielaborato: tutto ciò che non serve all’autore viene tagliato mentre ciò che gli è indispensabile viene conservato. Il che ci riporta al discorso originale.
Io Jordi Savall lo conosco relativamente. L’ho ascoltato come esecutore e un paio di volte nelle interviste, ma non mi ritengo un conoscitore del suo lavoro. Tuttavia do ragione a Gini quando lo accusa di aver cercato di creare un’immagine da cartolina che nella realtà non esiste, e di non averlo fatto per seguire un proprio discorso creativo ma solo perché era quello che il suo pubblico voleva sentire. Nel discorso di Gini vedo una gran voglia di concretezza, cosa che nella musica (soprattutto colta) di oggi sembra mancare.
È questa la differenza tra un ascoltatore di musica “leggera” e uno di musica classica al giorno d’oggi: non la consapevolezza o meno di cosa stanno ascoltando, quanto il fatto che se fai sentire a un fan di Branduardi “La raccolta” e poi gli dici “Sai che hai appena ascoltato una melodia tratta da un canto popolare rumeno?” difficilmente cambierai qualcosa della sua percezione. Di fronte a una tale rivelazione, più che dirti “Wow! Dici davvero?” è probabile che ti risponda “Ok, buono a sapersi, ma chi te l’ha chiesto?”. Viceversa, il fan di Jordi Savall vuole sapere di star ascoltando un pezzo di musica antica. Il solo ascoltarla non gli basta, e se non la considerasse tale forse non la ascolterebbe.
La cosa che potrebbe sembrare paradossale è che il primo atteggiamento sia più fruttifero del secondo, nonostante sia più legato alla componente meramente ludica dell’opera. Ma se nel momento in cui stai ascoltando un brano il tuo pensiero non è rivolto a quello che stai ascoltando ma a questioni come quella della paternità dello stesso (o più probabilmente a pensieri del tipo: “Cacchio, sto ascoltando un pezzo di Vivaldi! Come sono colto! Mica come quelli che guardano i film di Checco Zalone!”), se per l’appunto sei più legato al rituale dell’ascolto che all’ascolto stesso, evidentemente quello che stai ascoltando non ti interessa. La questione riguarda il modo di porsi nei confronti dell’opera e raramente riguarda gli autori stessi quanto coloro che si sono appropriati del loro lavoro, e lo sciupano con la scusa di preservarlo.

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