Cinema ed Autori: “La musica del silenzio”

La musica del silenzio

Considerata la quantità di gente a cui sta sulle balle Andrea Bocelli, mi sarei aspettato che un film basato sulla sua vita attirasse parecchie critiche. Viceversa, non ho quasi sentito parlare del film “La musica del silenzio”, andato in onda ieri sera su RAIUNO e liberamente ispirato, appunto, alla vita del cantante pisano.
Mi sono chiesto perché ed ho formulato le seguenti ipotesi:

  1. Molti musicisti avranno pensato che non fosse il caso di parlare di questo film in base al principio secondo cui “ogni pubblicità è buona pubblicità”. Per lo stesso motivo alcuni di voi mi rimprovereranno per aver pubblicato questa recensione. Il fatto è che io a tale principio non ci credo. Perché mai ogni pubblicità dovrebbe essere buona pubblicità? Una critica bene argomentata non vedo in che modo dovrebbe giovare sempre e comunque al criticato.
  2. Nel bene o nel male, Bocelli non tira più. In effetti di questo personaggio si parla sempre meno in generale, vuoi perché la spinta mediatica si sta esaurendo, vuoi perché è stato in parte soppiantato da Mafia, Pizza e Mandolino, vuoi perché sia i suoi fan che i suoi detrattori hanno esaurito gli argomenti, in ogni caso fa notizia molto meno di un tempo.

MAESTRO: Quante parole usi, ad esempio, per chiedere l’ora?
AMOS: Beh… io dico: ‘Scusi, per favore, mi saprebbe dire l’ora esatta’?
MAESTRO: Troppe parole! Troppe parole! Silenzio! Non devi parlare! Che sia mezzogiorno, o anche le due… non deve interessarti che ora sia. Silenzio!

(conversazione tra Andrea Bocelli e Luciano Bettarini, entrambi sotto pseudonimo)

Ma passiamo al film. L’ho guardato aspettandomi un polpettone trash vecchio stampo. Già dal trailer, infatti, mi ha fatto pensare al film sulla vita di Joe Swanson che si vede in una puntata de “I Griffin”. Solo che quella era una parodia!

Gli ingredienti c’erano tutti: la lotta contro le discriminazioni, le difficoltà superate grazie alla passione, i detrattori “cattivi cattivi che urlano” [cit. benignesca] e non credono nel protagonista ecc.
In effetti “La musica del silenzio” entra a pieno titolo nel novero dei film spudoratamente celebrativi fatti ad uso e consumo dei fan delle persone che celebrano, come “William e Kate – una favola moderna” o “Ti amo presidente” (che racconta la storia d’amore tra i coniugi Obama). Tuttavia, se lo si guarda sperando in un film so-bad-is-good, si rimane abbastanza delusi, perché il regista ha scelto un registro molto pacato e rispettoso del personaggio, arrivando addirittura a nasconderlo dietro un alter-ego di nome Amos Bardi.

Manca proprio quel senso di imbarazzo (del tipo che i tedeschi chiamano “Fremdschämen”) che si prova guardando il film sui regali d’Inghilterra o quello sul presidente americano, e che al cinema a modo suo diverte. Ci sono alcune scene un po’ sopra le righe, sì, ma sono poche.
Ho anche trovato interessante il fatto che per tutto il film nessuno dica mai apertamente che il protagonista è cieco. La cecità viene mostrata ma mai nominata nei dialoghi, preferendo optare per espressioni più delicate come “una persona nella sua condizione” o “un ragazzo con il suo problema”. Ho detto “interessante” e non “gradevole” o “sgradevole” perché in effetti non so cosa pensare di questa cosa. Immagino che dovrebbe farmi piacere il fatto che non si sia deciso di insistere morbosamente sull’handicap del protagonista ma, d’altro canto, a questo punto perché dedicargli la prima mezz’ora del film?
Allo stesso modo, la carriera musicale di Bocelli viene raccontata piuttosto pigramente. C’è lui che da piccolo si appassiona alla musica, sogna di diventare un cantante, vince un concorso, mette su un duo acustico con un amico, viene notato dalla “rockstar Zucchero Fornaciari” (giuro: questa espressione è realmente presente nel film), la quale gli fa un po’ sospirare l’opportunità di duettare con lui ma alla fine gliela dà senza problemi. Il film finisce con Bocelli che prende il treno per Sanremo. Sinceramente a me sembra un po’ poco. È vero che la vita di una persona a raccontarla così non è mai particolarmente interessante (specie se si vuole essere rispettosamente fedeli alla realtà) ma una storia completamente priva di conflitto, in cui semplicemente a un tizio succedono delle cose, non ha alcun motivo di esistere.

È proprio questo il problema de “La musica del silenzio”: è un film che non ha nulla da offrire né nel bene né nel male. Tutto sommato, credo sia stato questo il motivo per cui se ne è sentito parlare così poco. È un film di cui non si può dire nulla se non il solito, generico e insignificante “Che bello! Mi sono emozionato!”.
A questo proposito, vorrei fare una cosa che solitamente quando recensisco un film non faccio: affrontarne l’aspetto “educativo”. La ragione di questo strappo alla regola è che la digressione che sto per fare credo sarà utile a spiegare il tipo di approccio che un’opera del genere richiede al suo pubblico.
Bocelli ha dichiarato di aver voluto fortemente questo film perché con esso voleva dare “un messaggio di speranza”. Ha anche dichiarato che secondo lui “non esiste il caso e dietro la vita si cela un grande Mistero che sta a noi scovare”. Non entro nel merito di quest’ultima affermazione, che giusta o sbagliata che sia è legittima e non ha nulla a che fare con questa recensione.
Vorrei tuttavia ricordare una scena del film, quella in cui lo zio di Bocelli chiede a un critico musicale un parere sulla voce di suo nipote. “La prego di essere sincero” dice il cantante, e il critico lo prende in parola. “Secondo me lei non ha il minimo talento per cantare l’Opera” risponde, e seguono una serie di osservazioni tecniche che ora come ora non ricordo. Bocelli ci rimane male ma si limita a ringraziare il critico per la sua sincerità e, in maniera molto signorile, ad andarsene. Il critico rimane solo con lo zio di Bocelli, e fa altre considerazioni: “Mi spiace ma… ci pensi! Come farà questo ragazzo, con il suo problema, a calcare il palcoscenico di un teatro d’Opera? Come farà ad esempio a vedere il direttore d’orchestra?”. Di seguito, la risposta che darebbe una persona normale a una domanda del genere: “Farà come hanno fatto tutti i musicisti ciechi della Storia. Guardi che ce ne sono stati altri prima di mio nipote”. La zio, invece, la prende un pochino peggio. E difatti gli risponde: “Lei non capisce niente di musica! È solo invidioso! Mio nipote ha una voce bellissima!”, dopodiché gli butta un bicchiere d’aranciata in faccia (un po’ teatrale, non trovate?).
Ora questa scena in parte mi ha fatto ridere perché… è esattamente quello che succede ogni volta che qualcuno dice che non gli piace Bocelli! Dall’altra, però, mi ha fatto riflettere: sarebbe questo il “messaggio di speranza” che vuole dare il film? “Fate il cazzo che vi pare e se qualcuno vi dice che non siete bravi giù insulti e bicchieri d’aranciata in faccia”? “Quelli che vi criticano sono tutti cattivi e invidiosi”? “Basta desiderare una cosa e quella arriva, se qualcuno vi ostacola è soltanto un insensibile”?
Per carità, non dico che al mondo non esistano persone stronze. Lungi da me, poi, pensare che tutti quelli che ostacolano qualcun altro abbiano ragione a farlo ma, se vuoi dimostrare che queste persone hanno torto, fammi vedere in che modo il protagonista “vince” contro di loro. Come ho detto prima, non ci voleva niente a rispondere per le rime al critico che affermava che un cieco non può cantare (non chiedetemi come bisognerebbe replicare alla prima parte della sua critica, quella sul non avere una voce adatta a cantare l’Opera, perché su quella sono d’accordo con lui).
Qui invece abbiamo un protagonista che trionfa pestando i piedi (per interposta persona) e sperando che accada un miracolo. E noi dovremmo tifare per lui solo perché è simpatico (perché è innegabile che lo sia, sia il vero Bocelli che il suo alter-ego cinematografico sono sempre apparsi come persone molto cordiali e posate) ed afferma di avere grandi sogni.
Francamente lo trovo un concetto cinematograficamente disastroso ma anche molto diseducativo. Eppure è proprio questa mentalità che permette ad Andrea Bocelli di avere così tanti fan. Fan a cui l’arte non interessa più di tanto ma che si commuovono nel vedere un bravo ragazzo che realizza i suoi sogni. Un atteggiamento apparentemente buono ma in realtà cattivissimo, perché premia la simpatia al posto del talento e riduce l’arte a un’attività puerile fatta di buoni sentimenti e nient’altro.

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