Breve storia dell’Opera Moderna: “Tosca Amore Disperato”

“Sono un artista, sono un pittore.
Ho ancora le mani sporche di colore.
Penso le cose a modo mio.
Penso all’amore e mi viene in mente Dio.”

(da “Vento”)

Tosca Dalla 1

“Tosca Amore Disperato”, scritta e musicata da Lucio Dalla, è la seconda opera moderna prodotta in Italia da David Zard. Si tratta di una riscrittura moderna della “Tosca” di Puccini.

Inizialmente pensata per un cast che doveva comprendere Sabrina Ferilli, Franco Califano e Max Gazzè, l’opera venne invece messa in scena con Graziano Galatone nel ruolo di Cavaradossi, Rosalia Misseri in quello di Tosca e Vittorio Matteucci in quello di Scarpia. Tra i comprimari è degno di nota Lalo Cibelli, interprete di molte altre produzioni teatral-musicali italiane.

Come sa chi ha letto l’ultima puntata di questa rassegna, lo spettacolo non riscosse un grande successo né al botteghino né presso i critici.
Cercando di stabilire i motivi di questo flop la prima cosa che mi viene in mente è il poco tempo che ha previsto la scrittura di quest’opera.
Facciamo due calcoli: la prima rappresentazione dell’opera è stata il 23 ottobre del 2003. Sappiamo che l’opera è stata commissionata a Dalla da David Zard (non era un lavoro che il cantautore aveva già nel cassetto da tempo, per quanto non è da escludere che abbia fatto ricorso a qualche autoimprestito). Ora, io non ricordo bene a quale altezza cronologica “Notre-Dame” sia diventato un successo di massa ma so che che la prima rappresentazione italiana fu il 14 marzo 2002, e il passaggio televisivo – con cui possiamo ragionevolmente far coincidere il momento di maggior successo dell’opera – avvenne nel settembre del 2003. E per quanto possa essere lungimirante David Zard io non credo che abbia potuto pensare di imbarcarsi in un’altra impresa così colossale prima che “Notre-Dame” diventasse un successo. Sappiamo inoltre, dalle interviste da lui rilasciate, che a Lucio Dalla era stato proposto un libretto (che tra parentesi darei un anno di vita per poter leggere) su cui scrivere le musiche di quest’opera, solo che non gli piaceva, così l’ha riscritto.
Possiamo quindi affermare con una certa sicurezza che quest’opera è stata scritta con tempi haendeliani. Tempi forse un po’ troppo brevi per un lavoro del genere.

E in effetti, per quanto risulti chiarissimo che genere di spettacolo aveva in mente di scrivere Lucio Dalla, credo che non abbia fatto in tempo a realizzare le sue aspirazioni. A conferma di questa teoria c’è il fatto che in diverse occasioni si parlò di “Tosca Amore Disperato” come di un “work in progress”.

Edizione critica

Ma che cos’è che ha reso il lavoro di Lucio Dalla così inviso non solo al pubblico ma anche alla critica? Proviamo, così, per giocare, a immaginare un’edizione critica dello spettacolo. Cosa c’è da salvare e cosa da tagliare?

Il testo

Non tutti hanno amato i versi scritti da Dalla per quest’opera, giudicandoli troppo arzigogolati, troppo “difficili” per uno spettacolo teatrale. Io personalmente non sono d’accordo. Ho sempre trovato molto ridicola l’ossessiva ricerca della banalità degli autori italiani di spettacolo musicale.
È vero che uno spettacolo musicale (ma questo vale per qualsiasi testo, in realtà) “si deve capire” ma questo non significa che l’autore debba rassegnarsi a fare della prosa in versi. Inoltre non è che i recitativi di Dalla siano poi così incomprensibili. Eccone un esempio.

SPOLETTA: Ahò! Davanti a Scarpia tutta Roma trema!
SCARPIA: (accorgendosi di Tosca inginocchiata davanti all’altare) È per la bellezza sua che tremo!
E davanti a lei io mi inchino, io mi inchino, mi inchino…
ma tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino.

(avvicinandosi a Tosca) E intanto mi avvicino, mi avvicino
stando lontano dal suo sguardo…

(afferrando appassionatamente le mani di Tosca) Luce dei miei occhi,
benedetta la tua mano…

(ricomponendosi) È solo per pregare…

TOSCA: Ma io già pregavo…
SCARPIA: (tra sé) Ci si commuove vedendola all’altare
TOSCA: È nel silenzio che il cuore può parlare
SCARPIA: No, mia signora! Nel buio e nel silenzio,
sono i demoni a parlare!
Fantastici nemici dell’amore che bisbigliando
si divertono a insinuare…

Devo ammettere che un recitativo come questo in effetti un difetto ce l’ha: è parecchio ridondante. In effetti i recitativi in “Tosca Amore Disperato” sono molto blandi e spesso dispersivi. A difesa di Lucio Dalla, però, vanno dette due cose: prima di tutto era una delle primissime volte che in un’opera moderna veniva usato il recitativo, quindi bisognava ancora sperimentare parecchio; secondariamente, questa ridondanza è abbastanza in linea con lo stile dell’opera, che è molto scanzonato.
Chi conosce Lucio Dalla non farà fatica a capire che cosa intendo quando dico “scanzonato”: uno stile vitale, gaudente, a tratti dadaista. In effetti il cantautore bolognese ha rivendicato in più di un’occasione la radice popolare della sua opera, comune a suo dire alla grande tradizione del melodramma, imbastardita da anni di vuoti intellettualismi. Quest’ultima è una posizione che hanno preso in molti, tanto che schierarsi contro i vuoti intellettualismi sa quasi di luogo comune; la differenza è che Dalla sembra crederci, e in effetti non scade mai nell’apologia del cattivo gusto modello Calixto Bieito.
O meglio, ci cade raramente. E di queste cadute mi sento di dare la colpa più a Zard che a lui. Ma su questo argomento torneremo più avanti…

L’intreccio

Sicuramente il difetto principale di “Tosca Amore Disperato” è l’intreccio, mutuato dal dramma di Sardou ma reso incasinato e spesso anche incomprensibile dalle modifiche apportate da Lucio Dalla.
La più irritante di queste modifiche è il fatto che Tosca venga a sapere di Angelotti molto prima dell’entrata in scena di Scarpia, cosa che rende la scena successiva, quando il barone fa leva sulla sua gelosia per scoprire dove il suo fidanzato ha portato il ricercato che sta cercando, completamente campata per aria. Per non parlare del fatto che Tosca fa la figura della ritardata che non si ricorda quello che le è successo un attimo prima.
Se dipendesse da me, questa scena si potrebbe tagliare completamente, insieme al relativo terzetto, anche considerato che quest’ultimo non è chissà quale capolavoro, mentre “Gelosia” – il brano seguente – è un pezzo molto bello.

Un’aggiunta che invece non mi dispiace è il suicidio di Angelotti. Un evento che in Puccini si svolgeva fuori scena ma che qui permette di esplorare il tema della ribellione, molto presente in “Tosca Amore Disperato”.

Tosca Dalla 5

Graziano Galatone e Rosalia Misseri nel ruolo dei due protagonisti. (immagine tratta da larena.it)

Per il resto credo che gli errori veri e propri siano pochi. Un esempio è Scarpia che dice a Spoletta “alla villa in campagna, presto” prima ancora di aver saputo da Tosca dove si è nascosto Mario con l’Angelotti. Ma sono tutte cose che si possono correggere con uno sforzo minimo: nel caso specifico basta far dire a Scarpia “Spoletta, segui Tosca”.

Lo scopo di queste modifiche sembra essere la necessità di apporre la propria firma sullo spettacolo, onde evitare che si presenti come una pedissequa riscrittura dell’originale pucciniano. In questo senso non ne avverto il bisogno, sinceramente: le differenze nello stile sono più che sufficienti a far capire che si tratta di un altro spettacolo.

La ricostruzione storica

Allo stesso modo non avverto il bisogno della divagazione su Pasquino e il popolo di Roma che apre il secondo atto, che mi sembra messa lì giusto per “fare ambiente”.
E questo anche in modo decisamente affrettato, che ci restituisce l’immagine di una Roma burina. Pensate forse che basti mostrare la statua di Pasquino per contestualizzare? Ma sarebbe come pensare che basti mostrare il Millennium Bridge in un film per far capire che l’azione si svolge a Londra! Cioè, bisogna essere proprio dei DEFICIENTI per pensare che basti mostrare il Millennium Bridge per far capire che l’azione si svolge a Londra! Ma sto divagando…
Il punto è che non vedo che senso abbia complicarsi la vita con una ricostruzione storica che non solo risulta difficile anche quando ti chiami Luigi Magni ma qui non serve nemmeno. A Dalla interessano evidentemente altre cose. Anzi, il punto di forza di una rilettura come la sua è proprio l’astrazione dal contesto, il fatto di trasformare una storia così precisamente collocata nello spazio e nel tempo in una storia senza tempo.

La messa in scena

Altri problemi riguardano invece la messa in scena, che si presenta grandiosa e circense, anche a discapito del testo messo in scena, nello stile di tutte le produzioni di David Zard.
La mia impressione è che si sia cercato di bissare il successo di “Notre-Dame” offrendo al pubblico uno spettacolo simile.

Come già detto, se si vuole fare uno spettacolo grande non basta un allestimento grande, ci vuole un grande allestimento! I preti che ballano in mutande, le suore sull’altalena, le poliziotte sexy e chi più ne ha più ne metta NON sono aggiunte spettacolari. Sono cose che rimangono impresse, è vero, ma solo per quanto sono ridicole. Il gusto dell’eccesso che permea la messa in scena di “Tosca Amore Disperato” rovina il testo, che è invece molto ironico e per nulla grossolano. La drammaticità viene rimpiazzata dal sensazionalismo. E guarda caso anche da questo punto di vista una delle scene più belle è quella del suicidio di Angelotti, che vede solo due personaggi in scena su un palco vuoto avvolto da una luce azzurrognola.
Un’altra scena molto bella – e lo dico per far capire che di suo l’uso di grandi effetti in una messa in scena non mi dispiace per niente – è quella della cavatina di Cavaradossi, che canta svolazzando per il palcoscenico a bordo di un pezzo dell’impalcatura che usa per dipingere. Un’idea indubbiamente spettacolare ma anche semplice e in linea con quello che sta succedendo, che rende bene l’idea del pittore con un piede in cielo e l’altro in terra. I preti in mutande che idea dovrebbero rendere? Il fatto che la Chiesa è Kattiva e Korrotta? Ma che stronzata! Non basta mettere in scena una carnevalata per rappresentare bene le contraddizioni del potere!

I ballerini - immagine tratta dalla pagina facebook dell’opera

I ballerini – immagine tratta dalla pagina facebook dell’opera

Scarpia, bigotto satiro

Sempre a proposito del tentativo di bissare “Notre-Dame”, parliamo del personaggio di Scarpia.
Uno dei personaggi più amati dal pubblico nell’opera di Cocciante era Frollo – interpretato dallo stesso Matteucci – un “cattivo” molto ambiguo, dilaniato dalla passione, analizzato a fondo in tutte le sue contraddizioni. Ciò aveva creato il mito del personaggio cattivo ma passionale e sotto sotto giustificabile. E così scopriamo che anche dietro la cattiveria del barone Scarpia ci sono tante possibili giustificazioni tra cui l’amore impossibile per la bella Tosca: come il freddissimo e lucidissimo Frollo si innamorava della carnalità di Esmerlda, così il cinico e depravato Scarpia si innamora dell’onesta allorché sensuale Tosca.
Una lettura molto diversa da quella che diede Puccini di questo personaggio. Premetto che

  1. non è affatto scontato che Puccini faccia scelte migliori di quelle di Dalla
  2. a differenza del casino combinato coll’intreccio descritto poc’anzi, quello di cui stiamo parlando non è un errore oggettivo, è solo una visione diversa del personaggio
  3. tale visione porta a volte anche a passaggi interessanti (“Prendilo, ammazza, straccialo,/lascialo lì nell’angolo di un bar/e poi ripicchialo, magari impiccalo,/appeso a un albero lui parlerà”) ma forse questi ultimi si potevano affidare a Spoletta e lasciare a Scarpia il ruolo di stronzo senza scusanti che credo gli calzi meglio.

Credo tuttavia di preferire la visione del personaggio di Puccini. Perché, se sentendo il canto gioioso ed appassionato di Tosca e Cavaradossi ho l’impressione che Lucio Dalla abbia capito la poetica del testo che sta mettendo in scena, trovo assurda l’idea di rendere partecipe di questa passionalità anche il barone Scarpia. In Puccini il personaggio funziona proprio perché rappresenta l’assenza di passionalità, rispetto a quei personaggi così emotivi e focosi.

Tito Gobbi nel ruolo di Scarpia. Capite cosa intendo quando dico “assenza di passionalità”?

Tito Gobbi nel ruolo di Scarpia. Capite cosa intendo quando dico “assenza di passionalità”?

A Scarpia si potrebbe applicare piuttosto quella dichiarazione che rilascia Mariano Giusti nella seconda stagione di “Boris”.

“Ciao, Mariano! Senti ma… il conte, in fondo, è anche buono?”
“No. Il conte è ‘na merda.”

(da “Boris”, sostituite il conte col barone ed il gioco è fatto)

Puccini, per come la vedo io, comprese bene il dramma di Roma, città all’epoca – e forse in tutte le epoche – percorsa per sua natura dalla più feroce passionalità ma repressa da un potere decisamente frigido. È la contrapposizione tra la passione degli idealisti e la freddezza dei potenti che fa il melodramma. Se togliamo questa contrapposizione rimane solo una scazzottata senza né capo né coda che può essere piacevole da guardare ma non lascia nulla allo spettatore.
Scarpia quindi rappresenta il buio e l’oscurantismo, e sinceramente non capisco come si arrivi da questa immagine del personaggio a quella del cattivo innamorato.

In conclusione

Per concludere, ci troviamo di fronte a uno spettacolo che così com’è non rimetterei in scena. Allo stesso tempo, però, credo che l’idea di partenza di Lucio Dalla fosse buona. E nulla mi toglie dalla testa che non sia riuscito a realizzarla perché non ha avuto abbastanza controllo su quello che stava facendo.

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