Breve storia dell’Opera Moderna: La Divina Commedia – l’uomo che cerca l’amore

“Amor che move il sole e l’altre stelle,
mi sei apparso un giorno ma non mi mossi,
perso nei miei pensieri non conoscevo la tua luce.
Tu sei una gemma nella roccia
di una montagna che non so salire,
cinta di mostri che non so sfidare.”

(da “Apparizione di Beatrice”)

La Divina Commedia - l'opera

Nel 2007, nel il momento di maggior successo dell’Opera Moderna, ci fu chi pensò di scriverne una anche sulla “Divina Commedia” di Dante Alighieri. Il compito di mettere in musica il poema venne affidato a monsignor Marco Frisina, che ne fece una riduzione teatrale dal titolo “La Divina Commedia – l’uomo che cerca l’Amore”.

Chi è Marco Frisina?

Frisina è un personaggio che, se avete fatto parte di un coro parrocchiale o anche solo siete stati attenti a messa quando cantavano, non potete non conoscere. Si potrebbe infatti definire il compositore di corte del Vaticano; sue sono non solo le più celebri canzoni intonate durante la liturgia ma anche brani come l’Inno Ufficiale per la beatificazione di Giovanni Paolo II. È inoltre autore di colonne sonore per miniserie televisive non di rado a sfondo religioso (come “Papa Giovanni”, “Sant’Antonio da Padova” o “Don Bosco”). Una curiosità per i lettori più affezionati di questo sito: Frisina ha composto anche la colonna sonora della fiction del 2009 “Puccini”.

È un personaggio con molti pregi ma anche con molti difetti. Un suo pregio è sicuramente quello di essere – per usare un termine tecnico – uno che di musica ne sa a pacchi. Un suo difetto è che il suo saperne a pacchi non gli impedisce di scrivere robe pompose e melense come il brano che trovate qui sotto.

Un altro suo pregio è quello di essere uno dei pochi compositori viventi con un minimo di senso pratico. Per citare quel che lui stesso disse di sé in un’intervista…

“Ho studiato al Conservatorio S. Cecilia di Roma con Irma Ravinale. Il suo motto era lo stesso di Petrassi: la musica va fatta, in concreto. Anche Morricone ha studiato con Petrassi, è un accademico, eppure la musica dei suoi film resta.”

Questa idea di “fare musica in concreto” non significa solamente scrivere brani pensati per essere ascoltati ma anche scrivere brani che abbiano un senso, che non siano autoreferenziali. Una caratteristica che Frisina condivide con il suo quasi-pseudo-circa-ma-anche-no-compagno di studi Morricone è la capacità di comporre quella che l’autore di “Giù la testa” una volta definì “musica di servizio”.
È proprio questa tendenza a scrivere musica di servizio, forse, quella che impedisce a Frisina di scrivere musica genuinamente ispirata. E difatti un altro difetto del compositore romano è che il suo senso pratico non gli impedisce di scrivere robe pompose, melense e retoriche come il brano di poc’anzi.
Con tutta la buona volontà non è possibile non notare questi difetti nella musica di Frisina. Quasi mai (anzi, forse l’unico brano veramente ispirato di Frisina è il “Magnificat” che ha scritto per Mina) nelle sue partiture si avverte l’urgenza di esprimere qualcosa, e personalmente ricordo ancora quando durante una lectio magistralis, interrogato circa l’assenza di un discorso di Giovanni XXIII tra i tanti musicati all’interno di un oratorio, rispose “Mah… nel libretto quello c’era scritto e quello ho musicato.”. Francamente stupisce che un compositore possa parlare con così tanto distacco di una scelta artistica che pur essendo stata presa da qualcun altro influisce su una propria composizione!

Lo spettacolo

E per quanto riguarda “La Divina Commedia – l’opera”? Beh… qui alcuni brani ispirati ci sono. Brani che curiosamente si trovano tutti nella parte dedicata al purgatorio (i migliori sono senza dubbio “L’ora che volge al disio” e “Il fuoco dei poeti”), ovvero quella a cui appartengono i brani meno famosi del poema.
Forse non così curiosamente. Ci sono infatti due motivi per cui questa cosa ha senso: il primo è che lavorare su un materiale inedito per la maggior parte del pubblico costringe l’autore a lavorare lontano dalla retorica e dai luoghi comuni (ampiamente assecondati, invece, quando si tratta di lavorare su brani come quello di Francesca da Rimini che naturalmente è anche il più curato al livello di arrangiamento). Il secondo motivo è che evidentemente i toni più delicati del “Purgatorio” (e le sue atmosfere da monastero) sono molto più congeniali a Marco Frisina.

Come probabilmente avrete già capito da soli l’opera in questione, pur non essendo malaccio nel complesso, non rende giustizia al poema dantesco.
Come dite? “Grazie al cazzo”? Mica tanto, sapete? Scrivere un’opera degna di un poema simile non è di per sé un’impresa impossibile ma richiede una grinta e un’audacia che evidentemente in questo caso sono mancate. “La Divina Commedia” è un’opera che parla sì della salvezza spirituale (della “ricerca dell’Amore con la A maiuscola” a cui accenna il sottotitolo) ma è anche un’opera estremamente arguta, dotata di una forza polemica non indifferente e che fa un uso del linguaggio estremamente ardito. Come sa qualsiasi studente al primo anno di liceo, lo stesso titolo “Commedia” serve a spiegare al lettore che il poeta non si farà scrupoli ad adoperare un linguaggio umile se necessario.
Una varietà di linguaggio, quindi, indispensabile, anche se si vuole trattare una sola tematica del poema (nel caso specifico la ricerca di Dio). Nell’opera di Frisina questa varietà non c’è, per quanto l’autore abbia affermato di aver lavorato con diversi stili musicali. Per poter parlare di verità stilistica non basta far sentire per qualche secondo prima dell’aria di Pier de la Vigne il suono di una chitarrina elettrica (più riuscita l’aria di Caronte sulle note di un tango).
Per quanto riguarda la “forza polemica”… beh, credo che non ci sia neanche bisogno di dire che “La Divina Commedia – l’uomo che cerca l’amore” non ha assolutamente nulla di “scomodo” o “impegnato”. Anzi, è uno spettacolo che cerca di far passare la “Divina Commedia” come un poema di propaganda clericale glissando abilmente su alcune critiche mosse da Dante alla Chiesa come avviene nella scena dell’incontro con Manfredi. Dell’invettiva di San Pietro contro il papato manco a parlarne, anche perché la terza cantica del poema viene tirata via in pochi minuti in maniera piuttosto confusionaria (probabilmente perché si tratta della più complessa).

Non sono decisamente d’aiuto neanche i versi di Gianmario Pagano che rarissimamente si emancipano da quelli di Dante per offrire una propria lettura del suo lavoro. E quando non lo fanno non seguono neppure una logica particolare nello scegliere i versi da inserire nel libretto.
Un peccato perché quando Pagano scrive versi originali non se la cava affatto male e riesce a rendere molto bene quello che vuole dire riguardo al materiale che sta trattando (si veda a questo proposito la citazione che apre questo articolo).

Per quanto riguarda la messa in scena, curata dalla NovaART, c’è poco da dire: è perfetta. Una cosa che lascia piacevolmente sorpresi è il fatto che “La Divina Commedia – l’opera” è stata presentata al pubblico (tanto per cambiare) come un “kolossal teatrale”, anzi, come “il primo kolossal teatrale”, ma la NovaART ha anche avuto il coraggio di presentare un paio di anni dopo una versione ridotta dello spettacolo che funzionava egregiamente. In più la messa in scena grandiosa della prima edizione non si limitava affatto a stupire lo spettatore con un grande dispendio di energie (niente palazzi londinesi alti dieci metri ma non molto diversi dai cartonati che si possono trovare in qualsiasi recita scolastica, per capirci) ma regalava anche trovate interessantissime frutto del lavoro di designer e scenografi intelligenti. Per esempio ricordo ancora, a distanza d’anni, la proiezione della testa di Lucifero con quei tre volti ciascuno dei quali aveva un occhio in comune con gli altri due (si fa prima a farlo vedere che a spiegarlo, cliccate qui per vedere l’immagine a cui mi riferisco), oppure il gigantesco tapis-roulant circolare su cui camminavano i personaggi dando così l’impressione di percorrere grandi distanze sia in lunghezza che in altezza pur restando sempre fermi nello stesso punto.

Bisogna poi spendere una parola anche sull’ottimo cast, che ha visto succedersi nel ruolo di Dante dapprima Vittorio Matteucci e poi Vittorio Bari, entrambi affiancati da un Lalo Cibelli in stato di grazia (tanto da riuscire a rendere egregiamente un ruolo non esattamente scritto per lui – e mi riferisco al ruolo scritto da Dante, quello scritto da Frisina e Pagano vocalmente gli sta benissimo).

Insomma, per quanto io possa avere delle riserve su uno spettacolo del genere, senza dubbio semplicistico, ingombrante, con un titolo che più di richiamo non si può e estremamente retorico, è chiaro come mai si tratti di uno dei pochi spettacoli scritti in quegli anni entrati in repertorio. È uno spettacolo che bene o male presenta dei contenuti, fatto per funzionare in tutte le condizioni, che sa distinguere tra la spettacolarità fine a sé stessa e quella utile allo spettacolo, che sa dosare bene tutti gli elementi di cui è composta un’opera… in altre parole, c’è dietro un progetto, quello che probabilmente manca a tutte le altre produzioni nostrane.

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