Breve storia dell’Opera Moderna: “Autant en emporte le vent”

Autant en emporte le vent

ROSSELLA: Vous dites, vous dites
que je suis la plus belle,
que pour la première fois je suis celle
que vous attendiez,
qu’enfin, enfin vous pourrez aimer.
Mais cher ami vous oubliez à qui vous parler

RHETT: Vous dites, vous dites
que vous ne m’aimez pas,
que l’heureux élu ce n’est pas moi.
Et tout le mépris que sur votre joli visage je lis,
savez vous bien chère amie,
ca n’est que de l’eau sous la pluie

(ROSSELLA: Voi dite/che sono la più bella,/che per la prima volta sono quella/che stavate aspettando./Che finalmente riuscite ad amare./Amico mio, non dimenticate con chi state parlando./RHETT: Voi dite/che non mi amerete mai,/che il vostro favorito, il fortunato, non sono io./Tutto l’odio che leggo sul vostro bel viso/sappiate, amica mia,/che non è altro che acqua sotto la pioggia.)

(Da “Vous dites”)

È del 2003 un altro spettacolo scritto da Gérard Presgurvic (già autore di “Roméo et Juliette – de l’Haine a l’Amour”) “Autant en emporte le vent”. Si tratta di una comédie musicale prodotta da Dove Attia e Albert Cohen, tratta dal celeberrimo romanzo di Margaret Mitchell “Via col Vento”, molto noto al pubblico di oggi grazie alla trasposizione cinematografica del 1939.

Recensendo l’opera prima di Presgurvic ho raccontato che quest’ultima non mi ha mai fatto impazzire, in quanto si tratta di uno spettacolo che si serve della storia che racconta come mero pretesto per mettere in fila dei numeri musicali. Ebbene, paragonata a quella di “Autant en emporte le vent”, la sceneggiatura di “Roméo et Juliette” si merita il Nobel per la Letteratura.
Nel suo secondo spettacolo Presgurvic dimostra una totale assenza di senso teatrale. Le scene vengono tirate via giusto per far andare avanti la storia. E di tanto in tanto viene inserito un numero musicale. Per di più sono numeri musicali anch’essi inseriti senza la minima competenza drammaturgica, tanto che più spesso che no rallentano lo sviluppo narrativo. Un esempio per tutti è “Putain”, un brano con cui Bella Watling (personaggio secondario amico di Rhett) descrive la sua professione di cocotte. C’è un piccolo problema: questo succede quando Melania ha appena partorito, i nordisti stanno assediando Atlanta e non glie ne frega un cazzo a nessuno di che mestiere faccia Bella Watling.
Quel pezzo, però, fa tanto Folies Bergère che all’autore non deve essere sembrato vero di poterlo inserire, anche a discapito della tensione drammatica. È così per tutto lo spettacolo: se c’è un pretesto per ballare e fare casino lo si sfrutta, e se la trama ne risente pazienza. Tanto è vero che sono riuscito a seguire lo spettacolo in francese senza nessuna difficoltà. E io il francese non l’ho mai studiato, lo conosco un pochino solo grazie a questi spettacoli.

“Romeo e Giulietta” è un testo che si presta forse di più a un’operazione del genere, mentre “Via col vento” ha un intreccio molto più complicato, tanto che all’epoca in cui uscì il film si parlò di flop annunciato. Fu solo il grande successo del romanzo a convincere la Metro Goldwyn Mayer ad investire nel progetto. E fortuna, aggiungerei, che all’epoca le riduzioni di certe opere venivano affidate ai premi Pulitzer: oggi ne farebbero una roba incomprensibile che la gente andrebbe a vedere solo trascinata dalla moda del libro.
In più parliamo di un romanzo storico! Di una vicenda legata a doppio filo con la realtà in cui si svolge! È fondamentale che si respirino le atmosfere giuste, che si capisca bene di cosa si sta parlando. Nello spettacolo di Presgurvic va tutto così in fretta che non c’è neppure il tempo per commuoversi. Guerre, morti, matrimoni e quant’altro si sussegono così rapidamente che talvolta non si riesce a seguire un avvenimento perché si è ancora concentrati su quello precedente.
A proposito, io la butto lì, ma… fare uno spettacolo di tre ore…? “Autant en emport le vent” ne dura a stento due, mentre ci sono delle opere liriche che ne durano anche cinque. E forse avendo più tempo si sarebbero potuti inserire tutti gli avvenimenti senza problemi.

Questa faciloneria oltre a sciupare la trama e l’atmosfera sciupa talvolta anche i personaggi. Un esempio eclatante è rappresentato senza dubbio dal personaggio di Rossella, che forse merita un discorso a sé, in quanto “Via col vento” è un romanzo che non esisterebbe senza la sua protagonista.

Personalmente credo che ognuno – entro i limiti del buon gusto – abbia il diritto di dare la lettura che preferisce dei personaggi di una storia ma trovo che la lattura che ha dato Presgurvic di Rossella sia a dir poco “WTF?”. L’ha trasformata in un personaggio ingenuo e cuccioloso che secondo me c’entra poco con l’originale. Le sue azioni sono sempre giustificate in qualche modo: dalla civetteria giovanile (“tutti mi ammirano e vogliono essere come me, ma io sono sola!” canta, risultando molto poco crediblile, verso l’inizio dell’opera) fino ai vari matrimoni di interesse, che lo spettacolo butta un po’ in caciara, come se fossero delle burle innocenti.
Quando si cerca a tutti i costi di santificare un personaggio lo si sciupa. Rossella è stato (ed è tuttora) un personaggio molto amato perché il suo essere stronza è fuori dubbio.

Per concludere, uno spettacolo non particolarmente interessante. Anche se non negherò che apprezzo il fatto che Presgurvic abbiano cercato di trattare un soggetto poco noto, cosa che in Italia non succede mai. Trovo tuttavia che l’abbia trattato in maniera molto superficiale. E ho anche l’impressione che un eventuale spettatore completamente digiuno di “Via col vento” non saprebbe raccapezzarsi all’interno della trama.
In effetti, perché Pregurvic ha scelto proprio “Via col vento” come soggetto? Ho l’impressione che non gli interessi particolarmente e che l’abbia scelto un po’ a caso.

Una nota positiva di questo spettacolo è la presenza sul cartellone del nome di un coreografo allora trentaduenne, che in questo spettacolo si è occupato sia delle coreografie che della messa in scena: Kamel Ouali.
Ma la sua è una storia che vi racconterò più avanti…

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